THE JULIE PROJECT, Darcy Padilla. Speranza ed agonia

THE JULIE PROJECT, Darcy Padilla. Speranza ed agonia

Quello che vorrei mostrarvi oggi è un lungo reportage fatto di immagini che mi hanno segnato nel profondo. 
Segnato perchè in alcuni casi si tratta di richiami ad esperienze, ad amici, a contesti più o meno vicini.
In altri casi si tratta di contesti lontani, enormemente lontani da me. E questo in un certo qual senso mi ha quasi fatto sentire in colpa.

The Julie Project, è un reportage che va oltre al reportage, chi sta dietro al mirino si fonde assieme ad un ambiente fatto di neri forti, bianchi rari ma luminosi e sfumature di grana e grigio.
E’ un vero racconto fatto di giornate e momenti, una narrazione che inizia nel Febbraio del ’93 per concludersi il 27 Settembre del 2010.
O forse per non concludersi mai, ricordando le parole, i volti (Attenzione: contiene immagini dure, forti, crude. Rese ancora più crude per l’abilità di un artista di fare trasparire le emozioni proprio e di chi ha attorno) ed i momenti.

A voi, The Julie Project.

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16 pensieri su “THE JULIE PROJECT, Darcy Padilla. Speranza ed agonia

  1. Troppo forte, troppo crudo, troppo estremo. Pur apprezzando l’iconografia del racconto non approvo che certe immagini, per certi versi lesive della dignità umana, possano essere rese pubbliche.

    • Ciao Pisolomau, grazie del passaggio 🙂

      Personalmente non trovo quelle immagini ”troppo forti” o ”troppo crude”.
      Forse lo sembrano a tanti perchè simili realtà ci sembrano estranee, aliene, io ci vedo (A parte l’ultima serie soltanto, ove lei è di schiena con accanto l’uomo) comunque tanta umanità.
      Che siano foto ”forti” in senso lato sicuramente, ma trovo che sia molto più lesivo, per la dignità umana, fare finta che certe cose non esistano.
      Trovo molto più lesivo per la dignità umana il ”voltarsi da n’artra parte” come farebbero in tanti, o il chiudere gli occhi facendo proprio finta di nulla.
      Quello secondo me è lesivo per davvero.

      Per il resto ognuno di noi ha la propria sensibilità ed il proprio punto di vista, quindi come dicevo posso capire il giudicarlo ”troppo”.
      Resta indubbia secondo me la capacità di comunicare di questa persona, e resta palpabile il cambiamento effettuato in questi 10 anni trascorsi a fotografare. Si percepisce come cambi il modo stesso di ritrarre quelle persone, di approcciarsi ad esse.

      Magari tutti i fotografi avessero tale sensibilità.

  2. Personalmente non faccio fatica a comprendere l`angoscia di Pisolomau.
    Magari una foto di Wegee non ci coglie (purtroppo) altrettanto impreparati, siamo assuefatti alla cronaca nera di omicidi o stragi… ma qui è una storia lunga anni, che si dipana lentamente e ci permea di desolazione e appunto di angoscia.

    Eppure non è un voyeurismo macabro, non è una questionabile estetica del brutto nè si abbassa alla mercificazione del dolore (mi viene in mente Toscani per le campagne pubblicitarie…).
    L`ultima pagina, “Statement”, è illuminante:
    “The purpose of the project is to take the disparate arguments about welfare, poverty, family rights, AIDS, drug and sexual abuse by looking at one person’s life, Julie.
    […]
    Julie’s story matters and should make a difference to us the viewer in our understanding of the fractured world that many poor people struggle to exist in.
    […]
    I hope you can’t stop thinking about Julie’s story, I hope it makes you feel. I hope it makes you look at the world differently.”

    La Fotografia, grazie al cielo, serve anche a questo e ringrazio Fabrizio per avercela segnalata.

  3. Il reportage è un pugno nello stomaco e la qualità delle immagini è notevole: una grande fotografa, senza dubbio.
    Anch’io, su alcuni scatti, ho dei dubbi sull’opportunità: un amico che ha a che fare con situazioni di grave disagio e dolore e che ne ha scritto, mi ha sempre detto che si deve scrivere solo ciò che non lede la dignità di chi è raccontato. Certo, qui il soggetto sembra aver dato in vita una fiducia totale a chi l’ha poi ritratto con tanta capacità. Il dubbio, però, rimane.

  4. Per me fantastico, come sempre io non ci vedo nulla di troppo, è un racconto. Vero, cinico, ma sempre un racconto di cose che succedeono. Non è mettendosi il paraocchi che si fanno sparire le cose brutte.

  5. Un pugno nello stomaco….. Ma fantastico….
    Servono anche i pugni nello stomaco per farci capire in che mondo viviamo….. Quoto Kuzhul in pieno… Togliamoci il paraocchi… sarebbe ora….
    Grazie per la segnalazione immagini…..
    Un saluto, Francesco

  6. Non vorrei essere frainteso, il mio commento va letto in chiave prettamente umana: le foto mi hanno colpito a tal punto che ad un certo punto ho smesso di guardarle. Ciò deriva da una mia recente storia personale, di sofferenza e di malattia. Per tale motivo a volte rifiuto la rappresentazione della sofferenza, per averne vissuta in diretta e, sulla mia pelle, fin troppa.
    Chiunque abbia vissuto una morte in diretta di una persona cara o anche di qualcuno che non si conosce, sa quanto questo possa annichilire la menta umana. Trovare la forza e la lucidità di documentare lo stato di sofferenza dell’uomo e qualcosa che va semplicemente al di la delle mie capacità. Per questo rendo merito all’autrice del servizio che ha avuto la costanza e la bravura di creare questo reportage che offre una visone cruda, ma estremamente reale, dello stato di emarginazione e sofferenza che, purtroppo, è sempre più inesorabilmente presente nella società moderna.

    • Figurati, sono le mie parole che spesso risultano più ”dure” di quanto non sembrino, errore mio 🙂

      Mi dispiace per questa tua recente storia, purtroppo possono davvero cambiare le persone, mutarle con una forza indescrivibile, me ne rendo purtroppo conto.

  7. Ciao Pisolomau, sono veramente contento di ritrovarti qui.

    Per quanto riguarda la sofferenza, la fotografia, eccetera non riesco ad esprimermi in generale.
    Guardo e valuto caso per caso… il crinale è sottile, basta una sfumatura, un niente… e lo stesso tema può essere una condivisione autentica e sincera o un tentativo di colmare il vuoto con forti suggestioni.
    Sto finendo un lavoro su un tema triste: ho incontrato 1000 trappole, c’è veramente da rimuginare all’infinito. E più facilmente che con altri soggetti, viene spontaneo chiedersi il perché del proprio fotografare.
    Grazie per i tuoi pensieri, a presto.

  8. You actually make it seem so easy with your presentation but I find this matter to be actually something which I think I would never understand. It seems too complex and very broad for me. I am looking forward for your next post, I will try to get the hang of it!

  9. Il problema non è se il racconto sia riuscito o meno. Il problema è se il soggetto del reportage (o del racconto) vedesse le fotografie o leggesse il testo che lo riguardano, si senta o meno leso nella dignità personale.
    Non metto in dubbio la qualità degli scatti e la bravura della fotografa: le foto parlano da sole. Ma alcune fotografie sono al limite della condizione umana e non so se avrei piacere, personalmente, a vedere ritratto e pubblicato un familiare o un parente o me stesso in quelle condizioni, fosse pure per il nobile fine di mostrare una condizione di povertà ed emarginazione in una società dalle enormi contraddizioni come quella americana.

  10. Tema comunque di grande attualità, io stesso ho sull’HD del mac, decine di foto scattate a Lisbona che testimoniano il degrado umano raggiunto nelle grandi metropoli europee a causa del progressivo impoverimento delle classi più deboli, che porta persone, che fino a ieri avevano un lavoro, una casa e una famiglia, a vivere per strada. prima o poi troverò la forza per pubblicarle.
    Ciao a tutti, in particolare un caro saluto ad Alberto e Giuseppe.
    Fa piacere anche a me avere finalmente un luogo dove parlare “solo” di fotografia.

  11. Che certe foto non faccia piacere vederle è un fatto abbastanza comprensibile…. Capisco (per esserci passato…) la ritrosia di Pisolo e la condivido…. Per il resto, come ho già detto, sono perfettamente d’accordo sul fatto che certe immagini debbano essere pubblicate…
    Perché ci ricordano che il bel mondo ovattato (o meno) dove viviamo è fatto anche di queste realtà……
    Siamo tutti pronti (io per primo…) a lodare come foto di denuncia, immagini dove si vedono (per esempio) bambine con la pelle bruciata dal Napalm…. perché quella foto per noi per quanto assurdo possa sembrare è rassicurante… Perché dentro di noi sappiamo bene che una situazione simile non ci potrà mai capitare (a meno di un qualche stravolgimento che nessuno si augura…). Quindi condanniamo severamente il “cattivo” di turno, plaudiamo al fotografo che (coraggiosamente) si espone ai pericoli per denunciare certe situazioni, ci mettiamo a posto la coscienza e viviamo (abbastanza) tranquilli…..
    Queste immagini invece ci sconvolgono perché quel viso che si vede nelle ultime fotografie è il viso della morte, della sofferenza… Ma è un viso che sappiamo benissimo di poter vedere anche nella nostra realtà…. Basta andare in un qualsiasi centro oncologico per rivederlo….. E questo ci disturba, ci sconvolge perché non vogliamo vedere cosa ci può succedere….. Non vogliamo (e ripeto, io per primo…) inconsciamente prendere atto che questo fa parte della “nostra” quotidianità e che potremo essere anche noi al posto di quella poveretta….
    Quoto pienamente Pisolo sull’ultima sua frase 🙂
    Un saluto, Francesco

  12. Immagini decisamente forti e tremende per la loro realtà intriseca. Anche io penso che la fotografia è anche questa, raccontare un mondo parallelo al nostro che non vorremmo mai facesse parte della nostra esistenza. Ma forse sono queste immagini purtroppo le uniche nel loro raccontare che ci portano a riflettere sulla precarietà della vita, che il domani non ci appartiene e quindi uno stimolo a non sciupare il grande dono che ci è stao fatto.
    un saluto, stefano

  13. Pingback: Darcy Padilla – Family Love | pensierifotografici

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