Progettualità

Linko 3 discussioni  di Fotocrazia, il blog di Smargiassi, che girano intorno alla progettualità in fotografia.

http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2010/09/09/scattare-con-lentezza/comment-page-3/#comments

http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2010/11/04/ancora-sulla-slow-photo/

http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2013/06/07/il-naufrago-delle-immagini/comment-page-1/#comments

La P. è considerata  da molti ( da quasi tutti, diciamolo)  la conditio sine qua non nel caso si voglia fare della Fotografia con la F  maiuscola.

Sto cercando una chiave di volta  per  trattare con chiarezza  l’argomento, ma non la trovo.  Quindi,  rispettando la snellezza del blog,  vado a sciorinare un po’ di modesti e semplici pensieri sparsi.

Parto dalla solita considerazione che l’ingrediente fondamentale per una buona fotografia sia l’autenticità, la sincerità degli intenti.

Fotografare la fidanzata o i figli con lo sfondo della torre Eiffel va benissimo:   sono le foto più importanti, alla faccia di manuali e regolette.  Ed in effetti rispondono ad una P.  sui generis, ma assolutamente  valida:  il desiderio di conservare un ricordo, il cui valore crescerà col passare degli anni.

Passiamo al fotoamatore evoluto (si fa per dire)  che  oggi tenta un  ritratto alla modella (o la  fidanzata) come se fosse Marylin su un set, domani cerca di beccare un’ape sul fiore sbocciato nel giardino, dopodomani  va a Monza e cerca di fare la foto-sportiva-dell’anno, e domenica, vivaddio, va al mare, con filtro e cavalletto  per riprendere l’acqua setosa  col molo che fa tanto foto-della-settimana-sul-forum.
Peccato che poi arriva il lunedì:  e la fidanzata sembra falsa come una fotocopia,  la moto è un po’ mossa,  l’ape  finalmente è nitidissima ma non dice molto,   il mare è venuto liscio che si taglia con un grissino ma  chissà  perché  nessuno se lo fila.
Tutto questo può essere  una fortuna.  Perché altrimenti  il nostro fotoamatore ,  se ogni tanto azzeccasse una foto da wow,  sarebbe portato a seguire quella strada:  attraversare tutte le esperienze alla ricerca del colpaccio, della  foto d’eccellenza.
Così invece magari si accorge che un minimo di P. non può che aiutarlo.  Che reflex,  obiettivi e photoshop  sono a servizio dell’idea.   Che se traccia una direzione,  tanti pezzi del puzzle vanno a posto da soli, a cominciare da quelli tecnici.   Che migliora  velocemente, che i risultati hanno un senso.
Viva quindi la P.

E ora gironzoliamo fra chi  di fotografia d’arte ci campa.  Qui,  a fronte di tanti lavori intelligenti,  ci si imbatte a volte in una P. francamente spenta,  fine a sé stessa,  una concettualità  a orologeria, “perché anche quest’anno  bisogna fare qualcosa”, la galleria deve presentare qualcosa.  Chi si ferma è perduto. E allora si elabora.  Si costruisce meccanicamente un percorso che colpisca, che sembri originale,  o per contro che segua il filone giusto (quanti stanno  più o meno  imitando Galimberti in questi anni? ) .

Dove ho appena  letto che la fotografia è la forma d’arte meno giudicabile e che più si presta all’impostura?
Sia chiaro che  non voglio generalizzare.  La fotografia contemporanea mi affascina.   Non basta un’occhiata per giudicare un autore, bisogna accostarlo e leggerlo, oltre a guardarlo.
Ma innegabilmente  una volta che il carrozzone è avviato accoglie tutti,  furbastri compresi.  C’est la vie.

Abbasso quindi la P.?

No.  L’importante  – e ritorniamo all’inizio – è la sua sincerità.  Deve nascere da una necessità, da una urgenza interiore.  Il tema deve essere sentito.  Deve pulsare, nello sguardo dell’autore e nello sguardo del fruitore.  Può essere un progetto sviluppato in un’ ora, o può durare anni.  Può essere una intuizione felice o una faticosissima evoluzione.  Può essere accessibile  facilmente o richiedere una spiegazione.

Ma non  può essere un compitino assegnato da terzi o dal mercato.   Deve rubare le notti e il pensiero.

Credo che spesso si equivochi sul termine P.   Io la intendo anche di ampio, ampissimo respiro.  Anzi, se molto molto  ristretta  è più facilmente abbinabile a quelle storture cui accennavo prima,  e può prestarsi al giochino degli alibi.   Non sapere che pesci pigliare e progettare “Lavandomi i denti al mattino” , presentando le foto dello spazzolino, del rubinetto e del lavandino,  rigorosamente in bianco e nero,  contrastate e mosse,  mette al riparo da tante obiezioni…   c’è contesto, c’è coerenza, c’è unicità di stile,  c’è  sequenza,  c’è…  tutto quello che si vuole.  Ma si vola un pelo  bassi…. 🙂

E’ P.  anche una semplice direzione, secondo certi intenti, secondo uno stile.
I grandi del passato avevano la loro P.,  il loro particolare sentire.    Le loro opere, messe in fila,  sembrano un racconto,  anche quando un tema specifico-specifico  non c’è.

E infine, ritorniamo col pensiero al fotoamatore medio.  Dall’alto del mio nulla,  mi permetto un consiglio:  di usare ogni tanto, al posto di photoshop, word.
Proviamo a scrivere la presentazione delle nostre foto: come l’introduzione di una mostra o di un sito web.
Vi assicuro che funziona alla grande.  Ci si mette un po’, si continua a rettificare…  e il cambiamento non riguarda  solo il testo, ma anche le foto.  E’ facile che argomentando le proprie intenzioni  (le parole scritte sono come pietre)   si scopra che qualche immagine  proprio non ci stia. E magari che qualcuna lasciata nell’hard disk tutto sommato abbia un suo senso nel discorso. Ammesso che…  ci sia un discorso.
E soprattutto  aumenta la consapevolezza:  ci si sente più sicuri su alcune cose, vengono dubbi salutari su altre.  Un bel passo in avanti.

Giuseppe Pagano

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2 pensieri su “Progettualità

  1. Sempre interessanti le tue riflessioni Giuseppe. Questo è l’unico spazio fotografico che riesco a leggere sul web, a parte gli sfoghi feticistici che purtroppo spesso mi attanagliano.

    Io ho sempre cercato di non farmi condizionare da alcuna progettualità, ho sempre pensato che i miei scatti migliori fossero frutto di pura istintività, non essendo in possesso di grande erudizione.

    Quando ho tentato di darmi un minimo di p. sono uscite delle schifezze.

    Purtroppo il limite della mancanza di p. è riuscire a presentare lavori omogenei. Ma alla fine penso che questo sarà il mio limite per tutta la vita.

    In definitiva una p. me la sono data, ma non in fase di scatto; cerco di dare un senso allo sviluppo e alla presentazione. I primi tentativi sono sul mio sito, che è in continuo divenire, e presenta , mi dicono , non i miei scatti migliori. Ma non mi importa, a me sono cari, e forse è l’unica cosa che conta.
    Ciao
    Giuseppe V.

  2. Ciao Giuseppe,
    Comincio dalle tue foto: non sono in grado di giudicarle, ma due cose sono sicure: ci sono sequenze veramente interessanti, e non ci si annoia mai. 🙂

    Su istintività e progettualità:
    non si escludono a vicenda. Anzi.

    Da centinaia d’anni si filosofeggia sul senso dell’arte.
    E quante volte si è arrivati alla conclusione che la solita, vecchia bilancia del et… et… è quella vincente?

    Ragione e sentimento. Codifica e improvvisazione. Preparazione e guizzo. Esperienza e sperimentazione.

    E’ un fantastico corto circuito, senza né capo né coda:
    partire da regole per poi sovvertirle, o al contrario da un personale sentire per poi condurlo in uno schema logico.

    E questo continuo batti e ribatti mentale ci conduce su un crinale sempre più stretto da percorrere, ma… che soddisfazione.

    Ti ringrazio per l’intervento, grazie per l’attenzione che ci presti!

    Ne approfitto per aggiungere un paio di pensierini a quanto ho scritto più sopra.
    Il progetto, se sentito, non va a limitare le potenzialità fotografiche: anzi agisce da moltiplicatore di occasioni e da consolidamento di senso.
    La singola immagine è il più delle volte poco giudicabile.
    Prendiamo la fotografia di paesaggio. Se scatto un tramonto mozzafiato dietro l’altro, ottengo qualche foto da wow (si fa per dire)… ma è finita lì. Se cerco la foto più ragionata e interessante, faccio più fatica, ottengo qualche risultato, ma può essere comunque difficile far capire all’osservatore il mio intento. Se mi pongo una direzione di intervento (anche semplice e ampia: fotografare la zona in cui vivo, per esempio) non posso continuare a fotografare tramonti: devo anche cercare i particolari, devo uscire anche se il tempo è uggioso o se c’è nebbia, devo costruire un filo logico, ho bisogno di alternare foto spettacolari a inquadrature di ambientazione più tranquille. Modulare un racconto non è facile, ci vuole impegno e tempo, ma è interessante. Tutto acquista un senso, e molti dubbi svaniscono.

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