Gianni Berengo Gardin a Milano: andiamoci.

Rientro adesso dalla mostra di GBG a Palazzo Reale.

Un’ esposizione  degna di tale nome,  in una sede adeguata.

Eppure, un po’ di malinconia mi si è appiccicata addosso. E anche un po’ di rabbia.

La mia visita è durata circa un’ora.   Avrò incrociato, nelle sale, una ventina di persone in tutto,  a dir  tanto. Appena fuori, la piazza del duomo brulicava di gente, nel tardo pomeriggio di questo luglio. In galleria Vittorio Emanuele si faceva fatica a camminare.  Una marea di cellulari, tablettini e diavolerie varie, ma anche di macchine fotografiche puntate su  duomo, piccioni e amici.
Ok, ci stanno,  ma troppo forte il contrasto fra quelle sale vuote  e   migliaia di obiettivi  roventi lì  fuori, per non farci caso.

La mostra è divisa per argomenti:  Milano, Venezia, il lavoro, il reportage, gli zingari, eccetera.
Le foto manicomiali, quelle di morire di classe, sono  di una potenza sconvolgente:  il tema, la denuncia,  il rispetto, il talento, la composizione, il coraggio… tutto è elevato all’ennesima potenza.  La camicia di forza senza il viso del rinchiuso, i ritratti dei ricoverati in chiaroscuro  con  una testa a dir  poco Munchiana in primo piano…
Che voglia di uscire , beccare i primi giapponesi che capitano  e… tirarli dentro.
Il mondo va avanti nell’indifferenza:  quella di ieri nei confronti di chi moriva ucciso in manicomio, quella di oggi nei confronti di quella storia esposta.

morire di classe Parma

morire di classe

A onor del vero anche le altre mostre in loco non sembravano un granchè frequentate:   per esempio  Modigliani.

Sarà stato un momento così.

Ma  un pensierino terra-terra mi si affaccia  in testa…
Parlo in generale, di certo  non a  organizzatori e curatore che avranno  fatto mi-ra-co-li per stare nei budget imposti.

Quanti manifesti  pubblicizzano questa mostra?  Perché al limitare di piazza del duomo non c’è qualche mega pannello bilingue che spieghi cosa c’è cento metri più in là? All’estero sarebbe stato un tripudio di bandierioni e che altro, qui passano in piazza milioni di turisti e… GBG lo devono cercare in fondo al  palazzo, in fondo al cortile…  in pratica devono saperlo già prima.

Sono consapevole che una retrospettiva di un grande  che desidera che “siano le foto a parlare”, serioso e poco incline a sfronzoli,  sensibile a temi etici,  non possa che essere improntata a rigore e pulizia , tralasciando facili impatti.

Ma il leggere per l’ennesima volta che GBG non si consideri un artista e un milione di persone sulla soglia  a immortalare piccioni mi porta ad una triste ribellione, qualcosa non quadra,  si stanno perdendo occasioni, e sparo qui il mio piccolo, infantile razzo rosso nella notte.

Un grazie per aver portato questa mostra da Venezia a Milano.

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2 pensieri su “Gianni Berengo Gardin a Milano: andiamoci.

  1. Mostra davvero bella. Concordo con te Beppe, la serie di morire di classe è fortissima. Colpisce davvero duramente l’osservatore ma non cade mai, a mio parere, nel sensazionalismo.
    La serie di Milano poi ci riporta agli anni dell’immigrazione interna, volti meridionali mescolati ad ambienti mitteleuropei. Una serie che testimonia la nascita della Milano metropolitana che conosciamo oggi.
    C

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