i bimbi di Salgado… e di McCurry

Di Sebastiao Salgado abbiamo segnalato mesi fa l’esposizione del progetto Genesi, che ricordo resterà su Roma fino al prossimo 15 settembre.

E’ l’accorato appello per la salvaguardia del nostro pianeta di un fotografo che è stato e resta peraltro un monumento della fotografia sociale.

In questi giorni mi soffermavo su “Les Enfants de l’Exode”, edizione francese di un lavoro nato quasi per caso a ridosso del suo grande progetto “in Cammino”.

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Dopo la prima serie di ritratti eseguiti quasi soltanto per accontentare quei bimbi e la loro voglia di essere fotografati, Salgado si sofferma e scopre che la folla brulicante… è diventata Individui, che coi loro abiti e soprattutto coi loro occhi raccontano la loro storia, con una freschezza e dignità disarmanti.
Bambini che a un certo punto della loro vita – belli, eroici, fieri, tristi o sognatori – sembrano semplicemente dirci “io esisto“, bambini dal futuro incerto destinati a diventare adulti troppo di fretta, con altri bimbi a prendere il loro posto, e ai quali Salgado ha voluto dar voce e dignità accanto alle loro famiglie, nel contesto di certi flussi migratori – per guerre o per carestie – magistralmente documentati nel modo che conosciamo.

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Per il modo in cui è nato è un lavoro asciutto, quasi umile se si pensa all’approccio estetizzante dell’autore… la ricorrente staticità in questi ritratti ha il sapore di una tassonomia come nelle categorie sociali che furono tanto care ad August Sander e che qui potrebbe dirsi appunto quella dei: “bimbi di rifugiati”.

Eppure non è un racconto di tradizioni affidato ad abiti esotici o stracciati, o a tessuti sgargianti a ridosso di muri colorati… non è Steve McCurry che con il suo talento ci ha donato fotografie coinvolgenti come un caleidoscopio, sublimando popoli lontani che però spesso restano tali tanto quanto i loro problemi, quel McCurry pioniere di una narrativa visuale di viaggio che continua ad essere il sogno di molti appassionati cresciuti a pane e National Geographic e che annovera molti bravi interpreti contemporanei (mi viene in mente Eric Lafforgue).

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Mi fermo su alcuni bimbi ritratti da McCurry… poi torno su quelli di Salgado.
Cambia il sapore.

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Senza la distrazione di colori ammalianti o ricercatezze compositive (per una volta) mi è più facile arrivare a leggere quegli occhi, le mani, ed è la differenza che passa fra un eccellente documentario e una storia raccontata.

Fra la consapevolezza di McCurry di averci offerto una descrizione dell’umanità e la speranza di Salgado di farci capire certa umanità.

Preziosissima è la fotografia documentaria… ma sin da bambini, abbiamo avuto e abbiamo ancora bisogno di racconti.

Alberto Baffa

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