l’infinito istante

Geoff Dyer
“l’infinito istante”
Saggio sulla fotografia
Einaudi

L’irrisolvibile mistero della fotografia può essere affrontato da tante prospettive.
I contributi più interessanti vengono spesso da chi come Dyer non è un fotografo e non scatta nemmeno fotografie.
Del resto,  il problema non è tanto come fotografare,  ma perché,  e con quali effetti.

Dicevo che Dyer non fotografa,  ma evidentemente la fotografia,  o meglio le fotografie, sono la sua passione.  In questo libro dimostra di saperne una più del diavolo,  segnatamente su alcuni autori, regalandoci chicche che difficilmente troveremmo altrove.

Non è una storia della fotografia,  non è un saggio strutturato convenzionalmente:  è un lungo discorso dove l’autore  parte dai  soggetti presenti nelle immagini (ciechi, cappelli, porte, scale, panchine, eccetera)  per confrontare i diversi approcci dei grandi maestri.

Il testo è assolutamente semplice e scorrevole,  avvincente,  come un giallo nel quale piano piano alibi e moventi vengono a galla.  Dyer si svincola  della cronologia di ciò che è stato: alterna con  apparente spontaneità concetti e aneddoti,  i suoi ragionamenti sono cerchi che iniziano con un fotografo e poi si chiudono con un altro.

Arte e vita vissuta si intrecciano in un racconto palpitante:  genialità, intuizioni ed ingenuità dei maestri,   tormenti,  manie, teorie.   Sembra di tornare indietro nel tempo ed essere lì presenti,  di vederli arrancare sotto la neve di New York o nel deserto dell’Arizona,   mentre inseguono i loro pallini,  mentre si consumano mentalmente.

Qual’è stata la genesi degli Equivalents di Stieglitz?   Perchè Eggleston passò al colore?  Che metodo ha seguito Frank per arrivare a The Americans?  E ancora:  i paletti della committenza o del mezzo usato limitano o accrescono le potenzialità espressive?
Dyer gira a ruota libera fra questi argomenti,   e fionda qua e là le sue impressioni:  a tratti ricorda le esternazioni più sincere di Barthes.

kertesz

Gli autori affrontati sono per lo più americani,  o che comunque hanno lavorato in America:  principalmente  Stieglitz, Weston,  Evans,  Arbus, Kertész e  un’altra decina di fotografi.  Ricordo che Dyer non fa un discorso a tutto campo,  e per esempio HCB è citato solo occasionalmente:  il libro è scritto in un linguaggio elementare,   ma è  consigliabile una sommaria conoscenza degli autori che ho citato e della storia della fotografia,  senza le quali penso ci si smarrisca.

Il racconto termina sostanzialmente con l’avvento del colore nella fotografia artistica,  gli ultimissimi decenni non sono affrontati.

Ci sono fortunatamente tante immagini,  note e meno note,  esemplificative dei concetti esposti.

Un libro singolare,   che mi sento di consigliare.
Buona lettura.

Giuseppe Pagano

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