Il tocco finale

Ci si reca alla mostra di un autore notevole,  ma il piacere di vedere finalmente dal vivo il suo progetto è mortificato dai vetri sulle stampe, che riflettono le forti luci delle sale.
Un amico scatta una serie di foto eccezionali,  da galleria,  ma rimbalzano qui e là sulla rete,  fra  forum  e concorsi  web.
Ci si accomoda  in una capiente sala convegni,  costata centinaia di migliaia di euro,  ma il proiettore sembra un omaggio delle patatine,  e sparacchia fantasmi di immagini.
Si visita un’esposizione in una location degnissima,  ma le fotografie vanno intuite nella luce fioca di  lampadari al risparmio.

Non sono situazioni inventate,  sono  esperienze .

Qualcosa non funziona.  Si spendono migliaia di euro per macchina e obiettivi.  Si passano mesi per inseguire  immagini e progetti,  ore per ottimizzare le foto al computer.
Si è in tensione sin da quando si concepisce  l’idea: e la meta non può che essere il risultato finale, ossia la presentazione della fotografia, la sua ottimale fruizione.  Ebbene,  troppe volte ci si ferma  incredibilmente ad un passo dall’arrivo.   Si trascura  quello  che dovrebbe essere  il momento più gratificante,  e lo scopo stesso del  fotografare.

Se ravvisiamo trascuratezze fra coloro che sovrintendono ad una esposizione, e che volendo potrebbero ovviare, vuol dire semplicemente che non hanno capito.
Quale può essere il senso di uccidere una fotografia dai toni delicati sotto un vetro non museale?   O di porre stampe lucide sotto la flashata diretta di faretti?   Come è possibile  dimenticare di indicare il percorso corretto di una serie, se esiste, per evitare  di vederla  al contrario?

Se invece ritorniamo all’autore,  i motivi  possono essere diversi.
Tralasciando la ovvia  volontà di mantenere nella propria privacy immagini intime e familiari, la ragione più banale è la sincera constatazione – a torto o a ragione – della scarsa rilevanza del proprio lavoro.

Ma  potrebbe trattarsi anche di altro.

Se invece di organizzare le nostre fatiche in un sito ordinato le affidiamo al primo social che capita, o se le facciamo stampare tenendo un profilo basso,  forse vuol dire che non ci crediamo fino in fondo.   Forse vuol dire che  ci basta che le nostre immagini vengano intraviste, abbiamo paura che vengano viste sul serio.  Forse vuol dire che teniamo in tasca,  pronti all’estrazione,  i soliti alibi:  “sono solo prove, è una raccolta per me,  non sono ancora selezionate,  è un progetto in germe…”  eccetera.

Ci culliamo in un limbo,  il giocare allo scoperto ci farebbe correre un enorme, inaffrontabile  rischio:  la constatazione che non stiamo andando da nessuna parte.

Porre il proprio lavoro in evidenza,  poter proclamare “questo è quanto” levando quel triste e perenne cartello “lavori in corso”, permette di fare molta chiarezza.  Il gioco si fa più duro, ma al tempo stesso acquista senso.   Pubblicare un progetto sul web  o addirittura stampare le fotografie per una mostra  consente  un livello di consapevolezza  superiore.
Sapere in corso d’opera che quello sarà lo sbocco finale  ci condiziona positivamente:  si pone l’asticella più in alto possibile,  e si prende anche una rincorsa adeguata.
Eppoi, nella presentazione  ci si rende conto di tante cose,  e – può sembrare incredibile –  alcune fotografie  solo all’ultimissimo tocco (una particolare carta, un ingrandimento,  un passepartout,  una collocazione)  ci mostrano  tutta la loro poesia o la loro pochezza.  Il processo creativo trova compimento in quest’ultimo atto,  che non può essere lasciato al caso.

Da queste ovvietà  passiamo  ad una considerazione  concettualmente più rilevante:  la collocazione che diamo ad una fotografia  può determinarne il senso.
Può sembrare un’affermazione  un po’ forte, ma innumerevoli autori concordano  su questo.
La stessa immagine  messa su flickr,  impaginata nel giornale della sera o appesa in una mostra  finisce per essere considerata  diversamente.
La foto di cronaca  ingrandita e valorizzata raffinatamente,  posta in una galleria d’arte,  viene valutata – nel bene o nel male – come opera d’arte.  Perché quella è l’intenzione manifestata,  e su quella lunghezza d’onda bisogna porsi.

 “La ripartizione delle foto in diversi canali, quindi, non è affatto un procedimento semplicemente meccanico, ma piuttosto un procedimento di codifica: gli apparati distributivi impregnano la fotografia del significato decisivo per la loro ricezione.
Il fotografo partecipa a questa codifica. Già quando fotografa, egli ha in mente uno specifico canale dell’apparato distributivo e codifica la sua immagine in funzione di questo canale.”

Queste righe sono tratte da “Per una filosofia della fotografia” di Vilém Flusser , lo studioso che spesso viene menzionato insieme a Vaccari nelle riflessioni  sull’inconscio tecnologico.
Un libretto denso  e veramente consigliabile.

Giuseppe Pagano

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Un pensiero su “Il tocco finale

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