Jason Eskenazi

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Jason Eskenazi, nato a New York nel 1960, è l’autore di Wonderland: A fairy tale of the soviet monolith. Il libro vale la pena di essere visto anche solo per il modo in cui è stata realizzata l’edizione. Per farlo temo però sia necessario ordinare direttamente all’autore una copia, sinché ne ha di disponibili, perché il libro ha avuto una distribuzione limitata (edit 2016: la seconda edizione del volume é quasi esaurita ma oggi al link sopra riportato si può vedere tutto il libro sfogliato pagina per pagina).

Vi segnalo questo fotografo perché penso che abbia delle ottime intenzioni; si vede che è uno che ha studiato molto attentamente tutto quel che doveva studiare e riesce a fare una fotografia contemporanea ma solida, senza fronzoli né trucchetti da quattro soldi e senza cedere a certa estetica ora di moda che dubito reggerà il confronto con il tempo. Penso che da lui ci si possano aspettare cose interessanti anche in futuro.

Eskenazi si è poi trasferito ad Istanbul per lavorare sul suo nuovo progetto, The Black Garden, con il quale intende “esplorare la divisione tra oriente e occidente … (per) comprendere i dilemmi contemporanei in cui si dibatte la nostra civiltà cercando equivalenti moderni della dicotomia oriente/occidente” (nientemeno!). Il libro non è ancora stato pubblicato.

Vale anche la pena di dare un’occhio a Dog Food, la rivista che cura insieme ad un gruppo di altri fotografi di base ad Istanbul. Fantastici i fotoromanzi italiani degli anni ’70 reinterpretati in chiave fotografica.

P.s. Nel 2009, Eskenazi ha lavorato come custode al Metropolitan Museum, NYC, un’occupazione che anche altri artisti hanno svolto per integrare le proprie entrate ed essere allo stesso tempo a contatto con le opere dei grandi e poterle studiare. Durante la sua pemanenza, è stata allestita la mostra Looking in: Robert Frank’s The Americans, nel corso della quale sono state esposte, tra le altre cose, tutte le stampe originali delle immagini incluse nel libro, oltre ai provini a contatto. Ciò ha dato modo ad Eskenazi non solo di avere un rapporto quotidiano con l’opera fondamentale di Frank, ma anche di fare un giochino divertente: ad ogni fotografo, noto o non noto, che andava a vedere la mostra, il nostro ha chiesto quale fosse la singola foto di The Americans a cui era più legato. Da questa serie di microinterviste ha poi tratto By the glow of the jukebox – The Americans list.

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