”An American Girl in Italy”: parafrasi di una fotografia.

”An American Girl in Italy”: parafrasi di una fotografia.

Quello che vorrei mostrarvi oggi è un articolo che mi ha lasciato una splendida sensazione addosso,

un articolo che, a leggerne il titolo, non mi aveva attratto particolarmente.

Il motivo?
Per qualche secondo ho pensato che Francesco (una delle tante persone con le quali ho avuto modo di entrare in contatto virtualmente tramite i social fotografici) potesse parlare di distinzioni tra ”vera” e ”falsa” fotografia, tra guerre di quartiere fini a loro stesse.

Beh, non potevo sbagliarmi più di così:

Francesco con questo articolo compie invece una splendida analisi di una fotografia che forse in troppo pochi conoscono.
Parte con qualche nota storica e biografica che non guasta mai per poter contestualizzare la fotografia in un determinato spazio/tempo, analizza quali sono gli elementi che compongono la stessa andando ad aggiungere particolari che ad alcuni potrebbero sfuggire (la tipologia degli abiti, la postura, i bicchieri semivuoti); infine ne osserva le caratteristiche compositive e tecniche.

Ecco cosa mi ha colpito: parte da considerazioni storiche, sociali, contestualizzanti, attraversa quello che può essere un suggerimento emotivo, una sorta di osservazione delle movenze di coloro che si rendono partecipi di questo istante colto e soltanto dopo ne analizza gli aspetti tecnici.

Tutta l’analisi dell’immagine di Ruth Orkin è inoltre corredata di ottimi appunti grafici che fanno da corredo alle parole.

Buona lettura e… grazie per questo anno trascorso assieme.

Se non lo avete visto, vi giro questo pensiero di Franco, con alcuni ringraziamenti per voi lettori e con un interessante link.

Immaginidalfronte.

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13 pensieri su “”An American Girl in Italy”: parafrasi di una fotografia.

  1. La foto della Orkin l’ho sempre pensata insieme a quest’altra, pure notissima, di De Biasi; l’epoca è la stessa (1951 contro 1954) l’occasione e l’intento pure, e anche quella dell’italiano è costruita (lei è Moira Orfei), entrambe bianco e nero chimico, in entrambe la donna sta nel mezzo della composizione, con gli uomini ai lati, e si potrebbe andare avanti con le analogie, ma che differenza nello sguardo.

  2. Ciao Fabrizio, grazie della segnalazione e del post.
    La foto linkata – in tutta franchezza – non mi esalta più di tanto, e spero che perdonerete, tu e Francesco, la mia sincerità. E la fotografia che ha segnalato Lorenza mi ha dato spunto per un confronto, e per mettere meglio a fuoco il perché.

    Una premessa: faccio un po’ fatica a condividere cosa si intenda all’inizio articolo per “vera” fotografia. Sembrerebbe, nel prosieguo dell’articolo, l’opera di autori affermati, credo per lo più del passato, rispondenti ad una certa densità estetica. Ma opportunamente Francesco precisa e ri-precisa che si tratta di un’opinione strettamente personale. Immagino oltretutto che una fetta di appassionati ritenga la foto proposta nell’articolo l’opposto di una “vera fotografia” proprio perché è stata (almeno in parte) costruita.

    Vengo all’immagine. La foto di Orkin mi sembra falsamente sincera, mentre Moira Orfei mi appare sinceramente falsa. Vedo la scena della girl americana interamente costruita. Ammettiamo pure che non sia andata così, e teniamo per buona la versione originale, che vede la ragazza consenziente lanciata fra la ciurma dei maschietti all’oscuro. Ma la mia sensazione la colloca ai limiti della mimica, mi sembrano fin troppo studiati quegli atteggiamenti per essere veri. La foto di De Biasi mi sembra al confronto fresca e moderna, è evidente che la gente ammassata lì sta cercando di capire cosa succede: il fotografo probabilmente fa parte della loro visione e rientra complessivamente in un accadimento comprensibile e sincero. De Biasi ha fotografato tutto il giorno Moira Orfei che entra ed esce dai negozi di Milano, e ad un certo punto ha avuto il guizzo di lanciarla palesemente verso la folla spettatrice di questo piccolo evento. Non solo ne esce un vivo frammento dell’Italia anni 50, la figura bianca nella composizione evoca suggestioni simboliche, la foto spacca.
    Torniamo a Orkin. La foto sta in piedi sostanzialmente in quanto attimo rubato, e se crolla questa convinzione, viene giù tutto. A differenza della Orfei, qui il fotografo non partecipa alla scena: anzi, non deve partecipare, pena l’incrinatura della spontaneità delle comparse. E – questione di pelle, indimostrabile – non riesco ad accettarlo, il sapore di messinscena non mi abbandona.

    Non sono allergico di principio alla costruzione artificiosa dell’immagine: la storia della fotografia annovera illustri esempi, non ultimi le concettualità della Sherman o del nostro Ventura. Ma questa messinscena non va oltre la (presunta) caccia fotografica, e il messaggio si limita alla guardoneria, rasente la volgarità, del branco italiano. Siamo lontani da altre foto costruite, tipo il famoso bacio alla fine della guerra, che per lo meno rimandava ad altro.

    E infine: l’analisi della foto compiuta da Francesco, che vede tutti al posto giusto, e che giunge alla conclusione “tutto funziona perfettamente” non fa che rafforzare la mia personale sensazione. Moira Orfei anche in questo stacca.

    Non so se Lorenza, accennando alla differenza negli sguardi, avvalori la mia impressione o il contrario.

    Un grazie e un saluto a Fabrizio e Francesco, con le loro stimolanti osservazioni. Mi sono permesso perché sul blog non ho forse mai maturato un’opinione così diversa, e mi sembrava (presuntuosamente ) interessante illustrarvela, a costo di apparire ingenuo.

    E un grazie a Lorenza per il link che mi ha acceso un po’ di pensieri.

    Ciao!

  3. Giuseppe, le foto vere, secondo me, sono quelle che rispettano la natura specifica del mezzo fotografico; non le foto che vogliono sembrare dei dipinti o le foto che vogliono essere arte grafica o la digital art e simili; per quel che mi riguarda, che una foto sia costruita o meno non mi importa proprio, tutte le foto sono una costruzione dell’occhio del fotografo e mi pare intrinseco al mezzo il fatto che la presenza del fotografo, necessaria, influenzi in grado maggiore o minore la scena rappresentata. In questo senso, considero entrambe foto vere.

    Nel confronto tra le due, noto una cosa: la donna di Orkin sembra una martire protocristiana (quei sandali!) che sta attraversando il più velocemente possibile la fossa dei leoni e si aspetta di essere azzannata ad ogni secondo; la Moirona, invece, porta a spasso con spavalderia quelle curve giunoniche e punta dritta nel mezzo della folla degli uomini assiepati a guardarla senza deviare di un millimetro; mentre i fiorentini appaiono decisamente baldanzosi e l’americana a disagio per quelle attenzioni sfacciate, i milanesi paiono intimiditi e ben più guardinghi, nessuno si arrischia a fischiare o fare schiamazzi, quella donna mena.

    Entrambi i fotografi hanno voluto sfruttare uno stereotipo per farne un’immagine da vendere ai giornali, ed hanno usato elementi similissimi (sino al punto che in entrambe c’è il bar e pure l’uomo sulla lambretta); però il risultato, il senso che la foto ti lascia, è diversissimo, i rapporti di forza invertiti; la ragione è che di quello stereotipo hanno colto aspetti diversi perché erano persone diverse, e in questo il fatto che una foto l’ha fatta una donna americana e l’altra un uomo italiano ha il suo ruolo; entrambe sono una messinscena, e si vede; entrambe le trovo molto interessanti perché dicono molto bene le cose, diverse, che gli autori hanno scelto di dire. Posso anche dire che se dovessi appendermene una in salotto, sarebbe quella della Orkin, ma qui siamo già in questioni da punctum, quindi irrilevanti ;-).

  4. Scusatemi, dimenticavo di aggiungere una cosa (ma ditemi se ho troppi … pensieri fotografici ed è meglio invece che me ne stia un po’ zitta). Sebbene entrambe le foto siano costruite, e dunque quello che succede è stato pianificato dal fotografo, tutti gli elementi di contorno rimangono autentici; escludo che i fotografi abbiano scritturato un uomo in lambretta per essere proprio lì oppure che abbiano prescritto un certo tipo di abbigliamento, o anche i gesti e le espressioni una per una; e lo stato dei luoghi è di sicuro autentico. Dunque entrambe le foto rimangono un documento significativo dell’Italia degli anni ’50, ciascuna a modo suo, anche o forse grazie alla commistione di elementi preparati e fortuiti. Pensate anche cosa poteva voler dire mostrare negli anni 50 una foto come quella della Orkin a dei lettori americani oppure una come quella di De Biasi ai lettori italiani.

  5. Lorenza, sono/siamo ben contenti di averti qui, figurati di leggerti!
    Qualche commento ai post sul blog non solo è gradito, ma è auspicabile, quindi grazie anche per questo.
    Ovviamente – come hai avuto modo di vedere – ci si limita più che altro a porre i propri pensieri in fila, lasciando tracce di riflessione.
    A margine del topic posso solo ringraziarti per gli aspetti che hai colto e aggiunto alla disussione. Siccome hai anche – per inciso e velocemente, ovviamente – accennato la tua idea di vera fotografia, a beneficio delle centinaia di utenti che ci seguono regolarmente mi sento di precisare che – personalmente – do sempre meno importanza allo specifico fotografico, allargandomi con ben pochi confini.

    Quello che cerco sempre più invece è l’autenticità.

    L’impatto iniziale di Francesco era proprio questo, vedere questa fotografia vera e su questo ha costruito il suo articolo. Io ho avuto la sensazione opposta: e questo indipendentemente da come si siano svolti i fatti, mi interessano poco.

    Forse, come dici tu, è questione di punctum.

    Ciao a tutti.

  6. Ragazzi, innanzitutto GRAZIE!
    Il bel confronto (con eccellenti ed attente osservazioni) che si sta creando credo sia il fine assoluto che mi ha spinto a scrivere un articolo del genere.
    Come ben notava Giuseppe ho scritto più volte sul mio blog che tutta quell’analisi non è altro che una serie di considerazioni personalissime che possono essere condivise oppure no.
    Il fatto che si crei il dialogo, come in questo caso, è occasione (anche per me) per crescere ulteriormente e maturare sempre più una forte cultura fotografica (e dell’immagine).
    Ho letto con attenzione le vostre osservazioni e mi trovo molto vicino a quello che scrive Lorenza nei suoi commenti: le due foto sono molto simili, hanno un forte impatto entrambe… ma in un certo senso sono diverse. Anzi, opposte.
    Proprio per quelle reazioni di cui si parlava.
    Reazioni sia della “modella”… sia della folla.
    Probabilmente per una questione di punctum (come diceva anche lei), anche io, se dovessi scegliere tra le due quale appendere in casa, sceglierei quella della Orkin.
    Per quanto costruita altrettanto, riesce a comunicarmi di più.

    Ci tenevo, comunque, a fare solo un piccolo appunto riguardo il concetto che io volevo esprimere con il titolo “VERA FOTOGRAFIA”:
    forse non avrò usato il termine adatto ma quelle che volevo inquadrare io erano le fotografie che, in un modo o nell’altro, sono entrate a far parte della storia. Hanno “condizionato” il nostro modo di vedere.
    Quelle foto che sono (a mio modo di vedere) a ragione un pezzo della storia dell’arte.
    Il mio era un modo come un altro per identificare quelle fotografie che vale davvero la pena vedere, studiare, osservare con attenzione.
    – Quello che oggi facciamo noi, per quanto altrettanto vero probabilmente, non ha ancora avuto il modo (e forse il tempo) di essere innalzato ad un livello superiore, come è successo con queste foto qui. –
    Non era un aggettivo riferito all’autenticità della scena. Non ci pensavo.
    E per quanto la foto della Orkin a me trasmetta una autenticità di espressioni, reazioni, sentimenti… bisogna tener presente che è in un certo modo costruita (e ho fatto in modo di ripeterlo anche nell’articolo).
    Mi trovo assolutamente d’accordo con Lorenza, poi, sul discorso che a me, sinceramente, quando una foto comunica qualcosa, sapere o non sapere che quest’ultima è costruita importa veramente poco! 🙂

    Farò in modo di modificarne il titolo, le prossime volte.
    Non più VERA FOTOGRAFIA ma, magari, come suggeriva Fabrizio “Parafrasi di una fotografia” – o qualcosa del genere.

    Comunque, già nel mio articolo avevo sottolineato la cosa all’inizio:
    “Precisiamo una cosa: quella che io, con un appunto che rimanda all’idea di autenticità, definisco “VERA fotografia” riguarda tutte le foto realizzate dai grandi maestri che, in un modo o nell’altro, sono entrate a far parte della storia dell’immagine. Della storia dell’arte.”

    In ogni caso, ancora Grazie!
    E’ davvero bello poter discutere di queste cose con persone che condividono la mia stessa passione! 😉

    Un grosso saluto

    Francesco

  7. .
    “Vera fotografia” è un po’ come “vera scrittura”, un significante con le gambe corte.

    Le foto che hanno il dono di condurci oltre – di questo stiamo parlando, penso – non sono solo un retaggio del passato (evviva!) ma condivido l’importanza di accostarsi ai grandi Autori “storici” che sono come l’albero genealogico, la genesi e poi l’evoluzione e ramificazione di un linguaggio multiforme e in continuo divenire.

    Tralasciando le chiavi di lettura didattiche ho letto con piacere i vostri interventi; acuta l’intuizione di Lorenza sulla diversità degli usi e dei costumi americani e italiani, tanto nell’idea fotografica dei due Autori quanto nella destinazione d’uso di questi due racconti allegorici e dissacranti della medesima società.

  8. Interessante leggere ora di “vera fotografia” quando alcuni giorni fa è stato proposta l’intervista a Daverio dove afferma “L’immagine è comunicazione, l’idea che la fotografia sia verità è un’illusione assoluta, non esiste la fotografia verità, non l’ha mai rappresentata, ad eccezione della natura morta.” 😀
    Rifletto, ma non riesco ancora a prendere “posizione”, quello che sento più vicino ora è proprio “l’immagine è comunicazione” di Daverio, che risolve, a mio modo di vedere, i problemi di vero o non vero 😛

    Bellissima discussione !
    Grazie a tutti !

  9. Grazie Alberto, Grazie Andrea! 🙂
    Il concetto di autenticità, come dicevo prima, non era proprio nelle mie intenzioni metterlo in mezzo! 😀
    Le vostre osservazioni sono assolutamente legittime. La definizione “Vera Fotografia” probabilmente non calza… avrei dovuto ingegnarmi diversamente.
    Lo farò nei prossimi articoli.
    Spero vogliate continuare a seguirli! 😉
    Un saluto!

  10. Pingback: Ultime schegge di una storia infinita | pensierifotografici

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