dove va Paolo Pellegrin

Negli ultimi decenni la fotografia di reportage ha perso il primato di documentare e informare, cedendo il passo alla televisione e alle immediatezze multimediali contemporanee.
I cosiddetti citizen photographer cui accennava Roberta Valtorta nei frammenti video proposti qualche giorno fa rappresentano a torto o a ragione la prima fonte di informazione visiva per molte testate giornalistiche on line e a volte anche l’unica, in un mercato della notizia che predilige il sensazionalismo all’analisi.

La destinazione d’uso della Fotografia di reportage autoriale è divenuta dunque quella dell’approfondimento, andando oltre il riporto dei fatti (e al di la’ della presunta oggettività), allo stesso modo in cui si presuppone che un pezzo di alto giornalismo sappia offrire molto di più di una serie di testimonianze oculari frammentarie.

In questo ambito si muove da quasi vent’anni Paolo Pellegrin, un gigante della fotografia contemporanea che lo scorso ottobre in occasione del Fotofestival ha ricevuto il Dr. Eric Salomon Award, un premio dedicato al grande pioniere del fotogiornalismo e che viene assegnato annualmente a chi si è distinto in questo campo (qui l’elenco dei premiati dal 1971 ad oggi).
Questo riconoscimento va ad aggiungersi ai numerosissimi che Pellegrin ha meritato nel corso degli ultimi anni in seno all’Agenzia Magnum seguendo la sua personale inclinazione verso la condizione umana e il desiderio di “fornire domande e dubbi”.

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Non essendo (più) i giornali ad offrire visibilità a questi lavori i luoghi deputati ad accoglierli sono divenuti le gallerie, le mostre, i libri. L’ovvio suggerimento è di non limitarsi ad osservare le fotografie di P.P. come di altri grandi autori pescando nel web, dove oltretutto si rischia una visione frammentaria di progetti mirati e approfonditi.

Un libro dunque.
Dies Irae  è la retrospettiva dedicata a Pellegrin nel 2011 dalle edizioni Contrasto e raccoglie fotografie di rara intensità e densità che lasciano l’osservatore in bilico fra il concernimento per le vicende e chi le ha vissute e la suggestione visiva del racconto.
Momenti strazianti accanto ad attimi di pace apparente, immagini confuse quasi come a voler sfuggire da una estetica dei dettagli che anestetizzi gli stati d’animo accanto ad altre che sono quasi l’opposto, con soggetti che sembrano riportare l’ordine come un Deus ex Machina.

Il volume è arricchito da una intelligente intervista di Roberto Koch all’autore e a questo proposito è interessante leggere il punto di vista di Pellegrin, l’essenziale onestà nel dichiararsi “soggetti” e che quello che si offre è una visione soggettiva, e ripensare alla querelle sulla sua foto premiata nell’ultima edizione del Word Press Photo.
Smargiassi ne fa una analisi interessante qui, dove troverete il link anche alla posizione espressa dal fotografo e a quella ufficiale del WPP.

Da parte nostra ci auguriamo che P. rimanga un esempio di un fotogiornalismo dove la soggettività non ceda alla militanza e dove il patto di credibilità resti saldo, continuando a proporci immagini istintive che sappiano innescare interrogativi e dialogo.

Alberto Baffa

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3 pensieri su “dove va Paolo Pellegrin

  1. Il libro mi intriga, così come la visione di Pellegrin. Se è considerato uno dei migliori nel suo campo, sicuramente non è solo per le fotografie, ma anche per il pensiero che sta dietro di esse.

  2. Pingback: Ultime schegge di una storia infinita | pensierifotografici

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