”Dell’assenza” – Sulla Fotografia come Terapia

Il vuoto, l’assenza, la mancanza:

alcuni tra gli elementi più comuni e cari del fotografico.

In questo articolo di Michele Smargiassi l’autore analizza il tema di quella che egli stessa chiama ”latina Vacatio”, in relazione ad un concorso a tema.

Estraggo dal contesto una frase precisa:

      ”Dunque il vuoto in una fotografia non è mai il nulla. Chi vuole fotografare il vuoto, deve farlo per metafore, mettendo in posa oggetti “pieni di vuoto”.”

Cosa ha di tanto importante questa frase?

Nel leggere questa frase il mio cervello ha immediatamente rovistato nel piccolo e grande archivio del ”visto” ed ha individuato una precisa immagine, ben salda ma non troppo nitida, quasi nascosta:

L’immagine in questione appartiene ad una autrice di nome Breda Beban, che nel 2000 pubblica una serie di immagini dal titolo ”The Miracle of Death”.

Conoscendo la natura dell’opera, ecco che l’immagine stessa assume un significato diverso, una carica emotiva propria: Lei scatta una serie di immagini ad una scatola contenente le ceneri del proprio compagno (Hrvoje Horvatic) scomparso nel 1997.
Una scatola che non trova una propria collocazione stabile nelle mura domestiche della Beban.

Ecco che l’autrice quindi fotografa la sua impossibilità a riconciliarsi con la perdita (C.Cotton, La fotografia come arte contemporeanea – Einaudi) e nel farlo riesce a sottolineare in maniera cruda e semplice lo stesso concetto di assenza, di vuoto inteso come ”mancanza”.

Questo è uno dei chiari esempi in cui l’espressione fotografica diventa uno strumento per generare una vera e propria catarsi, con un impatto emotivo implicito ma di grande portata, dove lo strazio dello spostare continuamente una scatola (oggetto) carica di un preciso significato simbolico richiama nella mente degli osservatori una cosa comune come il continuo rigirarsi nel letto senza riuscire a prendere sonno, entrando quindi nel loro quotidiano prima ancora di toccare le corde del rapporto con la morte dei propri cari ed il loro ricordo.

Ricordo: poichè le stanze fotografate da Breda sono le stesse nelle quali condivideva la propria quotidianità con il compagno e sono ancora permeate da quella convivenza.

Uno splendido esempio –oltre del come la fotografia possa sottolinare il concetto di assenza tramite l’uso di metafore, rimandi ed elementi- di quanto questa possa aiutare anche in senso terapeutico.

Qui altre immagini della stessa serie.

Parlando di funzione catartica e terapeutica della fotografia è impossibile non citare un volume intitolato ”Fotografia come Terapia” di Anna d’Elia, non tanto perchè -diversamente da quanto si potrebbe immaginare leggendo il titolo- questo sia un compendio, un almanacco del ‘come fare” o del ‘cosa fare’, una guida su come sfruttare la fotografia stessa per una crescita personale, ma per gli esempi che il libro ci porta ad analizzare, per quello che introduce: ci ricorda sempre che la fotografia, quando condivisa, è qualcosa che estende la nostra stessa persona.
Un punto di incontro tra diversi punti di vista, tra individui, dove la visione del fotografo si scontra/incontra con quella dell’osservatore.

Un libro che sicuramente insegna ad assaporare lentamente ogni immagine, che suggerisce di ragionare e di immedesimarci e che forse ci ricorda come, per certi versi, l’atto stesso del fotografare non è un qualcosa che si possa incatenare a sé, non è un qualcosa che si possa concludere nel momento di un click, di una stampa, di una esposizione.

Ci sussurra ”di come il fotografico non sia fine a se stesso”, il tutto attraverso l’utilizzo di alcune immagini di Luigi Ghirri.

Vi lascio quindi con una frase di Susan Sontag, che in pochissimo spazio racchiude tantissimo:

”A photograph is both a pseudo-presence and a token of absence.”

Ovvero: ”Una fotografia è contemporaneamente una pseudo-presenza e l’indicazione di una assenza”.

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6 pensieri su “”Dell’assenza” – Sulla Fotografia come Terapia

    • é sicuramente un argomento vasto da approfondire.

      Cosa intendi con ”suo reciproco?”

      Da parecchio tempo mi riprometto di indagare il concetto di vuoto, assieme a quello di mancanza anche attraverso la fotocamera: per il momento il tutto si ”limita” ad una più basilare osservazione di fotografie altrui.

      • Per reciproco dell’assenza intendo la presenza. Assenza e presenza sono due aspetti complementari che in fotografia, come in molte altre arti, rappresentano un concetto elementare che può, da solo, sostenere un’opera artistica.
        In questo senso trovo molto stimolante l’argomento che hai trattato e degno di ampio approfondimento, o anche sperimentazione personale.
        Ciao.

    • Grazie mille per questo nome Lorenza, è davvero interessante questo tipo di percorso.
      La psiche umana mi ha sempre affascinato e credo profondamente che la fotografia possa avere un ruolo importante nell’autodeterminazione.

      Corro a vedere il sito in questione

      • Anch’io ne sono assolutamente convinta. Cristina ora è tornata a vivere in Spagna però torna regolarmente in Italia a tenere i suoi workshops; io ho partecipato qualche anno fa, se a te o qualcun altro interessa ne parliamo volentieri.

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