Fotografare la famiglia

A Londra si sono appena concluse tre mostre che toccano il tema della fotografia e dei rapporti familiari. E’ un tema che ha assunto particolare rilevanza negli ultimi decenni (Goldin, Mann, Sultan, diCorcia, Barney, Gowin, etc.) per non parlare di tutta la fotografia amatoriale e vernacolare il cui numero di praticanti è esploso negli ultimi vent’anni e per la quale la famiglia è un soggetto inevitabile.

Le tre mostre in contemporanea hanno consentito di apprezzare nuovamente due precursori e di valutare un gruppetto di giovani contemporanei.

Harry Callahan (alla Tate Modern, sino al 31 maggio 2014, gratuita). Callahan, nato nel 1912, all’inizio della sua carriera lavorativa faceva l’impiegato alla Chrisler e cominciò a fotografare da autodidatta a 26 anni. Da principio la fotografia era solo un hobby, il punto di svolta fu la partecipazione ad una lezione tenuta da Ansel Adams, a seguito della quale Callahan cambiò prospettiva e iniziò a dedicarsi seriamente alla fotografia. Dal 1947 l’insegnamento della fotografia divenne la sua occupazione principale, all’Institute of Design di Chicago e poi alla Rhode Island School of Design.

Una parte rilevante del suo lavoro riguarda la famiglia ed in particolare la moglie Eleanor, che è stata il soggetto in assoluto più centrale di tutta la sua opera, avendola ritratta centinaia di volte con stili ed approcci diversi, dal ritratto allo studio di nudo ai panorami in cui compariva piccolissima in lontananza. Le foto di Eleanor sono quelle che mi hanno interessata maggiormente perché la fotografia personale o familiare è quella che io pratico e le ragioni per cui le trovo interessanti sono spiegate da queste parole di Callahan (traduzione mia): “la fotografia è un’avventura proprio come la vita è un’avventura. Se l’uomo vuole esprimersi fotograficamente, deve comprendere, almeno in una certa misura, la sua relazione con la vita. A me interessa mettere in relazione i problemi che mi riguardano con una serie di valori che cerco di individuare e fare miei e voglio farlo attraverso la fotografia. Questo è un interesse molto specifico e mio personale e dunque non spiega in alcun modo le mie fotografie. Chiunque le guardi capisce facilmente che le mie foto sono esclusivamente personali. Questa, buona o cattiva che sia, è l’unica spiegazione che posso dare. (…) Le fotografie che mi interessano particolarmente sono quelle che dicono qualcosa in modo nuovo; non per il gusto di essere differenti ma perché ciascun individuo è diverso e deve esprimersi in modo diverso. Certo tutti si esprimono, ma quelli che lo fanno in maniera convenzionale sono persone che pensano in maniera convenzionale. Un’espressione di questo tipo é poco interessante per chi cerca un proprio punto di vista“.

Alla Tate sono esposte sia foto che hanno ad oggetto la famiglia sia foto che riguardano gli altri temi cari a Callahan, la strada, gli edifici e gli astratti (questi potrebbero piacere a Giuseppe).

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Jaques Henri Lartigue (alla Photographers’ Gallery, la mostra ha chiuso qualche giorno fa). Lartigue, 1894, è uno dei miei fotografi preferiti quindi, per non scadere nell’eccesso di elogi, cercherò di trattenermi e mi limiterò a dire che a sette anni Lartigue ricevette in regalo da suo padre una macchina fotografica e da allora non smise mai di fotografare sino alla morte, a 92 anni. Anche Lartigue fotografava fondamentalmente e principalmente per sé stesso e le sue foto iniziano ad essere conosciute solo a seguito della mostra al MoMA, quando lui ha 69 anni. E’ autore di alcune fotografie davvero fantastiche scattate quand’era ancora bambino che ritraggono il fratellino e i cuginetti mentre giocano nel giardino della villa di famiglia e poi le corse in automobile, i primi aeroplani, il Bois de Boulogne e tutte le altre sue immagini famosissime. Le fotografie in mostra a Londra coprono una decina d’anni circa, gli anni ’20, e riguardano in particolare il matrimonio con la prima moglie Madeleine Messager, detta Bibi, anch’essa ritratta centinaia di volte nel corso del tempo dall’inizio felice sino ad alcuni momenti dolorosi, tra cui la morte della seconda figlia, ed infine alla separazione.

Siccome non sono imparziale, faccio fatica a dire con distacco cosa trovo di interessante in queste fotografie (tutto!) anche perché, conoscendo già l’opera del fotografo, mi risulta più facile apprezzarne i dettagli e le sfumature, più di quanto non mi sia capitato con Callahan di cui avevo in precedenza visto molto meno. In entrambi però, e pensando in particolare al ripetuto fotografare le rispettive mogli, trovo una simile specificità dello sguardo che dipende dall’interesse particolare e personalissimo dell’autore, ciascuno a modo suo, che è fondamentale per la significatività dell’opera. Lisette Model insegnò a Diane Arbus che più specifici si è, più generali si sarà, ed evidentemente è ben difficile che mi possa interessare alcunché dei parenti di Lartigue o della moglie di Callahan se attraverso essi quei fotografi non riuscissero a dire qualcosa di sufficientemente generale da riguardare anche me.

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Infine, Home Truths: Photography, Motherhood and Identity (sempre alla Photographers’ Gallery, anche questa purtroppo terminata ma è possibile acquistare il catalogo): una mostra collettiva di fotografi contemporanei, soprattutto donne, che hanno lavorato sul concetto di maternità e di identità personale. Qui, salvo Elina Brotherus, che già conoscevo abbastanza, e un paio di altri lavori che avevo già visto, non conoscevo gli autori esposti dunque riporto le mie prime impressioni.

E’ inevitabile che nel gruppo ci siano quelli più bravi e quelli meno bravi e come al solito molti propinano l’ubiquo odierno insistere sui particolari più intimi esibiti un metro per due sulle pareti di una galleria; questo stratagemma però esaurisce presto il suo effetto perché, da un lato, c’è un limite alle cose scandalose che uno può fotografare e, dall’altro, non è purtroppo sufficiente togliersi i vestiti e fare o far fare cose imbarazzanti per dire qualcosa di autentico o di nuovo. E infatti, Bibi Messager alla toilette o Eleanor Callahan nuda o anche Elina Brotherus davanti ai medicinali per favorire l’ovulazione (sotto) hanno un significato che è maggiore di quello che viene mostrato mentre, per esempio, nel lavoro di Leigh Ledare (Pretend you’re actually alive, 2002-2008), ritrarre la madre non più giovane con dettaglio ginecologico mentre si intrattiene con il di lei fidanzato ventenne sfortunatamente non è abbastanza. Peraltro, il buon Ledare è giovane (1976) e di tempo per fare di meglio ne ha.

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