…e quindi, Salgado?

Mesi fa segnalavamo la prima a Roma del progetto Genesis e ci chiedevamo come Salgado potesse avere affrontato questi nuovi temi, l`evocazione di una bellezza ancestrale e la salvaguardia del nostro Pianeta.

Vi invito a rileggere quelle note, qui, perché… perché ora si cambia registro.

Dalle prime immagini che vedevo circolare in rete avevo qualche riserva. A me personalmente quel lirismo con cui S. ha rappresentato taluni soggetti nei suoi famosi reportage piace – “come statue rinascimentali” per usare le parole di G. Clarke – ma capisco pure una certa critica diffusa verso una estetizzazione alle volte sopra le righe e non funzionale al messaggio (di denuncia).

Di Genesis, mi pareva di scorgere su internet qualche scatto pieno della sua poetica accanto ad altri come il famoso iceberg sfacciati nella loro voglia di stupire.
L`intento di veicolare un ideale di bellezza quasi perduto lo differenziava certamente dai tanti “paesaggisti della sola estetica” ma la sensazione di déjà vu (di certa fumettistica spacciata per paesaggio da Marc Adamus e adepti) era latente… è necessario adeguarci al mainstream?

Poi, finalmente, ho visitato la mostra a Roma.
E ora che ne sento parlare ovunque, complici la tappa in questi giorni a Venezia e la recente intervista – banale, posso dirlo? – su Rai 3 desidero raccontarvi la mia esperienza visiva di fronte a quelle immagini.

Avevo appena fatto in tempo a rivalutare quella minuziosa cesellatura dell’iceberg  (a Roma improvvidamente posizionato all`ingresso) che mi ritrovavo poi dubbioso di fronte a tanta, tanta ridondanza …  Un bianconero che alle prese con la natura incontaminata mostrava guizzi scultorei ed efficacissimi a cui facevano il verso alcune pretestuosità in HDR, e il tutto diluito in mezzo a metri e metri e metri quadri di torbiere e bruma uggiosa che disinnescavano la mia attenzione non solo per un improbabile paradiso terrestre ma pure per quel moto di speranza dichiarato tra gli intenti.

Vedevo un buon fotonaturalismo negli approcci fisici ad alcuni animali e ripensavo a quanto ci ha abituato bene Art Wolfe (sebbene senza i quarti di nobiltà della concerned photography progressista).
Osservavo la “novità” di un fotonaturalismo monocromatico col trucchetto dei “local contrast” e mi sovvenivano gli animali scolpiti dal vento di Nick Brandt, quelli sì, di un lirismo a tratti salgadiano.

Ero in cerca delle idee che muovevano il Progetto, e mi sembrava di restare in superficie, appena scalfita… meravigliosa la “presenza” di talune foto, ma l’impressione di trovarmi davanti a un set era latente.
E gli uomini, gli animali… tutti uguali, l’azzeramento del primato dell’uomo sulle altre creature era forse l’unico messaggio a lui caro (a me pure, ma non in quei termini) che vedevo veicolato.

Sorvolo sulla commistione analogica digitale, chiudo con queste considerazioni personalissime e vi invito naturalmente a godere dell`esposizione ora a Venezia, presso la bellissima Casa dei Tre Oci, che tanto successo sta avendo (qui le prenotazioni).

Alberto Baffa

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5 pensieri su “…e quindi, Salgado?

  1. Ho letto il suo intervento su Fotocrazia in proposito e mi sono letto anche le sue osservazioni qui sul suo blog, al lavoro di Salgado. Non posso che condividere. Non so se ha avuto modo di leggere tutta la discussione ma a me non riesce di non vederlo come un David Hamilton del “reportage”.

  2. Luca, mi pare di capire che la sua accusa a Salgado sia sopratutto quella di galleggiare sull’estetica e la poesia, che da sole lasciano il reportage fuori dalla porta… è una osservazione che almeno limitandosi al progetto Genesis ha le sue ragioni.

    Onestamente però non paragonerei il lavoro del Fotografo brasiliano a quello di Hamilton. Il primo, alimentato da un fuoco ideologico di lungo corso che ci ha saputo raccontare – con i suoi stilemi, certamente – storie che meritavano la nostra attenzione; il secondo, che mosso dalla virtù della bellezza ha fatto della pura estetica il cardine della sua raffinata, ammaliante e noiosa produzione.

    grazie del suo commento.

  3. Le fotografie di Genesis non mi danno da pensare e anzi mi sembrano alimentate dal luogo comune del paradiso terrestre in cui il buon selvaggio è parte di un tutto incontaminato. Questo lo trovo piuttosto banale oltre che sbagliato. La poesia è tale se esprime un pensiero oltre che un sentire. Mi domando perché incedere ad un’estetizzazione estrema delle immagini quando secondo me stiamo andando tutti rimbambendo per questo. Insomma non mi soddisfa un bello che definirei un po ebete.

  4. Torno da una visita alla mostra a Venezia e mi introduco con una piccola riflessione.
    Ascoltando una intervista fatta dalla BBC e un suo Ted Talk disponibile su soliti host video web mi son fatto l’idea che – oltre a rispondere alle esigenze (inevitabili) degli sponsor – Genesis abbia due scopi principali. Il primo è di rispondere a una urgenza del fotografo, un suo voler guardare alla natura e accostarcisi. Il secondo è quello di voler smuovere le masse alla conservazione della natura.

    La ricerca di immagini-icone, di estetismo lirico, è da questo punto di vista estremamente efficace. Parlo in particolare dei paesaggi e di molti scatti alla fauna e della serie antartica che trovo perfetta a questo scopo.
    Meno efficaci probabilmente sono quegli scatti agli uomini ritratti in sfondi neri che sanno di studio. E quegli scatti alle tribù della Omo river valley che ormai sono nel portafoglio di ogni tour operator.

    Sintetizzando il mio parere, Genesis non è un lavoro documentarista tradizionale quanto piuttosto un manifesto che ambisce a convincere (e smuovere) il pubblico a conservare quei piccoli spot poco contaminati dall’uomo o in cui l’uomo è ancora un elemento dell’habitat.

    Francesco

  5. Non ho potuto vedere la mostra ma ho acquistato il libro perché stupito dalla foto di copertina. Sono fotografo naturalista da sempre, esploratore, alpinista, rocciatore, sono stato tre mesi in Antartide, ecc. ecc. ecc. A dir la verità mi stupisce, guardando e riguardando e riguardando ancor le foto, il fatto che siano in sottotono, cieli plumbei, minacciosi, animali spesso paralizzati. Dopo molte volte che si sfoglia il libro sembra quasi un inferno terrestre… Ho 64 anni frequento ambienti naturali in ogni stagione e in ogni tempo quasi sempre in ascensioni solitarie, ma la natura non è quella, si avverte la mancanza di quell’esplosione quasi mistica che si vive in modo vibrante in quegli ambienti che forse l’Autore percepisce ancora in modo embrionale. Fermo restando la capacità e l’alta valenza artistica che lo distingue, io avrei preferito un messaggio sì preoccupante ma aperto un po’ più alla speranza magari con simboli naturali come un arcobaleno (e deve averne visti e fotografati tanti!!!) piuttosto che rimanere incernierato solo alla drammaticità e alle minacce attuali che l’ambiente sta subendo.

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