Tony Ray-Jones, Martin Parr e la scelta delle fotografie

Allo Science Museum di Londra, sino al 16 Marzo 2014, è aperta la mostra Only in England, Photographs by Tony Ray-Jones and Martin Parr. Successivamente la mostra si sposterà al National Media Museum di Bradford, sino a giugno.

Tony Ray-Jones, inglese del 1941, dopo aver studiato graphic design alla London School of Printing, vinse una borsa di studio per l’università di Yale e si trasferì in America, dove completo’ gli studi con Alexey Brodovitch e venne a contatto con quella generazione di fotografi americani, attivi negli anni ’60, che usavano le strade, soprattutto quelle di New York, come teatro per le proprie rappresentazioni (Garry Winogrand e Joel Meyerowitz in particolare). Inizio’ a lavorare negli Stati Uniti e poi torno’ a Londra con una carriera ormai avviata, sfortunatamente interrotta dalla morte, a trent’anni, per leucemia. E’ considerato un’influenza determinante in questo campo, il primo fotografo inglese che è riuscito a fondere la tradizione della fotografia documentaria con la sensibilità fine art. Nella prima sezione della mostra sono esposte una sessantina di stampe originali realizzate dall’autore.

img_0342img_0341img_0339

La seconda parte, invece, è dedicata a The Non-Conformists, il primo lavoro di Martin Parr, in bianco e nero, della seconda metà degli anni ’70 e solo di recente pubblicato sotto forma di libro da Aperture. Il confronto tra i due è interessante per le evidenti similarità di temi e approccio. Riguardo le principali influenze che hanno determinato il suo stile, Parr scrive a proposito di Ray-Jones: “era la sua capacità di costruire immagini complesse, con ciascuno perfettamente posizionato nell’atmosfera e nei luoghi tipicamente inglesi, che riconoscevo come affine a me, e invidiavo”. Per i fotografi americani le strade di New York hanno contributo a definire un genere. Andandoci, e fotografando, mi sono resa conto come proprio lì possa essere nata una certa estetica fotografica, che credevo stesse esclusivamente negli occhi dei fotografi; invece, le strade e la gente di New York da sole possiedono, e sorprendentemente mantengono tuttora, quelle qualità che si ritrovano nel lavoro dei grandi fotografi di strada americani. Lo stesso ruolo è stato svolto dalle spiagge inglesi per i fotografi che lavoravano da questa parte dell’oceano. Parr scrive che “è piuttosto significativo che la spiaggia diventi il soggetto più rilevante delle fotografie di Ray-Jones, perché è molto simile alle strade di New York, dove si possono esplorare e costruire drammi personali. Le strade di New York erano molto americane e la spiaggia era tipicamente inglese”.

img_0003img_0001GB. England. West Yorkshire. Mythrolmroyd. Scarbottom. Redman's Factory. 1975

Infine, si arriva alla terza parte, che è la più interessante. Un anno prima della mostra, il curatore della sezione fotografia del National Media Museum di Bradford ha chiesto a Parr se avesse interesse a dare un’occhio ai provini a contatto di Ray-Jones, conservati nel fondo Ray-Jones acquisito dal museo nel 1993. Parr non se l’è fatto dire due volte e si è messo a rivedere provini, scegliere, editare, sequenziare e stampare foto prima mai pubblicate di Ray-Jones, fino ad arrivare alla selezione presentata per la prima volta nella terza sezione della mostra. La cosa interessante è vedere quanto più parr-esche e, per certi versi, più contemporanee sono le foto di Ray-Jones scelte da Parr rispetto alle foto di Ray-Jones scelte da Ray-Jones, ma al tempo stesso come la scelta di Parr sulle foto di Ray-Jones produca un risultato che, per quanto le affinità siano evidenti, mantiene le sue peculiarità rispetto alle foto di Parr scelte da Parr. Dunque tre gruppi di fotografie, molto simili per estetica (all’epoca Parr non aveva ancora iniziato ad usare il colore), approccio e soggetti, con evidenti influenze dell’uno sull’altro e viceversa, e al tempo stesso ciascuno con le sue differenze, alla fine determinanti. C’è chi contesta questo genere di operazioni; da Figments from the Real World (1988), che includeva foto postume di Garry Winogrand scelte da John Szarkowsky, a tutti i problemi etici e critici che si pongono ogni volta che qualcuno prova a mettere le mani sull’archivio Winogrand, non tanto a causa della morte improvvisa quanto della sua cronica resistenza, già in vita, a selezionare e sistematizzare il suo copiosissimo lavoro. E non è certo l’unico esempio. Per Ray-Jones la morte prematura può far pensare che la selezione delle fotografie pubblicate non fosse definitiva, ed in questi casi è probabilmente meglio vedere una selezione arbitraria fatta da terzi che non vedere affatto. Resta il fatto che la scelta delle fotografie è passaggio essenziale, almeno tanto quanto il farle, e che la scelta fatta deve o dovrebbe in qualche modo essere resa definitiva, ad un certo punto. Qui si torna a quanto scriveva Giuseppe quando parlava del tocco finale. Tutte le cose che dice Giuseppe sono assolutamente verissime e sacrosante, eppure ci sono fotografi – sulla cui comprensione e dedizione al mezzo fotografico non si può dubitare – che hanno deliberatamente deciso di non dare una veste finale al proprio lavoro o hanno delegato questo compito ad altri. “La mia vita non dipende da quello”, diceva Winogrand. Penso sia utile che ciascun fotografo, anche amatoriale, sia consapevole di questi aspetti, abbia ben chiaro cosa intende fare delle proprie fotografie e si comporti di conseguenza.

Annunci

7 pensieri su “Tony Ray-Jones, Martin Parr e la scelta delle fotografie

  1. Un bel dilemma… pubblicare o non pubblicare?
    La tentazione di dare una risposta tranchant, secondo il mio sentire, è veramente forte, ma la fotografia ancora una volta esplode nelle sue peculiarità, e la riflessione rimbalza fra autori che curavano minuziosamente il processo fino alla presentazione finale e autori che come hai citato non se ne curavano, fra fotografia intesa come creazione e fotografia intesa come riconoscimento (e quindi selezione), fra una visione strettamente autoriale e una improntata alla condivisione.

    Una questione che appare immediatamente nei suoi aspetti pratici ed etici, investe poi addirittura il senso della fotografia stessa.

    Forse un problema così delicato deve essere affrontato abbandonando un pochino la propria concezione di fotografia, o meglio cercando di tenere presente anche tutte le altre.

    Personalmente:

    il presupposto fondamentale è il rispetto dell’autore e della sua volontà.
    Le immagini di un autore che non si è mai occupato di selezionare il suo lavoro, sposando la filosofia “fatene quello che volete” credo possano essere condivise.
    Se invece l’autore ha selezionato in vita una sua produzione, non penso sia corretto ripescare fra quanto ha ritenuto di non mostrare.

    Qui Lorenza (che ringrazio per queste intelligenti e preziose incursioni, non conoscevo il caso presentato) ci dice che si è partiti da provini, non solo andando a selezionare negativi scartati, ma scegliendoli secondo un criterio estraneo alle intenzioni dell’autore e creando una serie inedita, un nuovo senso.
    A parziale giustificazione abbiamo la morte precoce dell’autore e la manifesta intenzionalità dell’operazione.

    Ma può bastare un “noi l’abbiamo spiegato”?

    A parte il fatto che molti assorbiranno queste fotografie con una certa dose di inconsapevolezza, a parte il fatto che la rete assorbirà queste immagini meccanicamente, e che un motore di ricerca le restituirà in prima battuta al mondo senza nessuna spiegazione,
    mi chiedo se l’interesse per la “scoperta” di questo senso nascosto rimescolando carte scartate possa giustificare il sorpasso (o addirittura lo stravolgimento) delle intenzioni dell’autore.

    Se un domani trovassimo in uno scantinato degli abbozzi di sculture scartate da Giacometti, ne sceglieremmo alcuni che messi in fila avrebbero un altro sapore rispetto alla sua produzione e ne faremmo un’esposizione?

    Non so, mi sembra che qualcosa strida, si è varcato un limite.

    Grazie ancora per l’articolo.

  2. ci sarebbero altre domande da porsi, pubblicare… molti editori pubblicano libri fotografici secondo le loro esigenze commerciali,
    insomma immagini che possano piacere a molti ed in molti che comprino i libri. Lavori interessanti quasi sempre hanno difficoltà ad essere pubblicati , magari postumi ed allora per forza qualcun’ altro sceglie per te, le impagina per te , ed elabora un pensiero critico su di te, normale.

    I maestri della fotografia o gli autori che hanno pubblicato in vita sicuramente hanno dato delle dritte ma non credo siano molti, molti hanno lavorato con grafici e designer che hanno creato l’immagine ( la pubblicazione) per cui il fotografo è riconosciuto, è spesso un lavoro di equipe e di fiducia e poi ognuno ha i propri gusti……

  3. vero… però finchè l’autore decide ( o decide di lasciar decidere) penso ci sia poco da obiettare. Quando un fotografo sceglie di entrare nel processo commerciale sa che il mercato ha le sue regole, per brutte e cattive che siano, e può sempre fermarsi, accettarle, scendere a compromessi per opportunità, eccetera. Ognuno ha la sua misura, e non è detto che il fotografo rinomato sia necessariamente “migliore” come persona….
    Grazie per il passaggio, saluti!

  4. Lorenzo, l’industria editoriale non c’entra, né si può pretendere che le case editrici si comportino come opere di beneficenza senza preoccuparsi di fare quadrare i conti. E visto che siamo nell’era del self publishing, le alternative ci sono e sono molte.

    Qui si sta parlando del fatto che 1) scegliere di esercitare o non esercitare controllo sulla propria produzione fotografica ha delle ben precise conseguenze e che 2) il controllo, se si vuole, si può esercitare, è solo una questione di scelta. Si tratta di darsi la pena di selezionare le proprie foto e di trovare il modo più adatto di presentare questa selezione fatta, punto. Costo di un subdominio presso un servizio di free web hosting: zero; costi di stampa presso un servizio di printing on demand, la versione moderna della maquette (ma nessuno impedisce di farla alla maniera tradizionale): minimi; costo in termini di tempo dell’attività di catalogazione, selezione, sequenziamento, editing di un archivio fotografico: elevato; costo psicologico: elevatissimo, eventualmente sino alla decisione estrema di distruggere le porzioni di archivio scartate.

    Quanto all’orientamento dei grandi fotografi circa il tema, ti posso assicurare che la maggior parte se ne preoccupa, e anche moltissimo, e se di certo ricorrono alla consulenza dell’editor, per quanto riguarda gli aspetti più propriamente di design o produttivi (impaginazione, scelta del formato, della carta, …), è la scelta delle immagini che definisce lo stile di un fotografo. Si può anche farlo fare ad altri, con le relative conseguenze, saranno come le foto di Ray-Jones scelte da Parr che non sono come le foto di Ray-Jones scelte da Ray-Jones. Basta saperlo.

    Aggiungo infine che non si deve pensare che la questione riguardi solo i fotografi ambiziosi o già affermati. Il fotoamatore che basa la scelta delle foto da considerare parte del suo portfolio, o le foto da mostrare e di cui essere orgoglioso, al gradimento degli utenti di un forum, sta delegando ad altri il proprio stile. Di nuovo, niente di male a farlo, basta esserne consapevoli.

    E grazie per la tua attenzione ed il tuo commento.

  5. Credo che la questione stia tutta nella volontà dell’autore, comunque manifestata. In vita, la pubblicazione è, ovviamente, essa stessa un’ implicita manifestazione di volontà. Operazioni postume, anche senza voler entrare nel campo dell’opportunità etica, affidano il passaggio della scelta-volontà a terzi che assumono un ruolo che va ben oltre la semplice catalogazione. Il fatto che spesso l’arte moderna deleghi molti dei passaggi “artigianali” a semplici esecutori della volontà dell’artista, ha un significato molto diverso perché non entra nel campo delle “scelte”. Scelte, come sostiene Lorenza, che si possono anche delegare, avendone però la piena consapevolezza.
    Per stare nel campo della fotografia, Gregory Crewdson lavora in equipe con decine di persone e spesso affida ad altri anche il cruciale momento dello scatto. Ciò non toglie che i suoi lavori, quelli che LUI decide di mostrare, siano il frutto esclusivo della sua espressione creativa.
    Come dicevo, resta il concetto onnicomprensivo della “firma” finale dell’autore, apposta nelle più svariate forme, il punto nodale della questione. E allora, nel caso specifico richiamato da Lorenza, mi chiedo: la firma è di Ray-Jones o di Parr (o di entrambi)?

  6. Franco, dirlo non è facile. Perché se è vero che Parr ha esercitato la selezione su un insieme di immagini che già riportavano l’impronta di Ray-Jones, è anche vero che quel genere di fotografia, che si affida in larga parte al caso, comporta la produzione di una grande quantità di fotogrammi che sono dei semplici tentativi e quindi molte immagini spurie, non significative o comunque non particolarmente intenzionali al momento dello scatto.
    La mostra presenta moltissimo materiale di Ray-Jones, compresi appunti, lettere, stampe di lavoro e un’intera parete con decine di provini a contatto; nell’insieme, centinaia di immagini ed è un vero peccato che non sia stato pubblicato il catalogo, sarebbe stato molto utile per poter rivedere con calma e confrontare le immagini fra loro.
    Dunque, io che le ho viste, non te lo so dire; probabilmente dovrebbero andare etichettate come foto-di-Ray-Jones-scelte-da-Parr, e come dice Giuseppe sarebbe opportuno che questa cosa fosse debitamente segnalata anche oltre la mostra, nel caso in cui quelle foto circolino ulteriormente, almeno uno sa cosa sta guardando.

  7. Un aggiornamento: l’Aperture Foundation, dopo aver pubblicato a ottobre 2013 The non-conformists di Martin Parr
    http://aperture.org/shop/the-non-conformists-martin-parr-books
    pare debba pubblicare a breve The English pictures (ma alcuni siti riportano come titolo The English) di Tony Ray Jones
    https://www.google.co.uk/search?q=9781597112727&oq=9781597112727&aqs=chrome..69i57&sourceid=chrome&espv=210&es_sm=93&ie=UTF-8
    che dovrebbe contenere anche le foto scelte da Parr; uso il condizionale perchè il volume avrebbe dovuto essere pubblicato il 30 aprile 2014 ma per il momento non risulta disponibile. I due libri insieme avrebbero dovuto coprire grossomodo le immagini esposte a Londra quest’inverno. E’ poi comparso nell’articolo wikipedia su Tony Ray Jones un riferimento (che prima non c’era) al catalogo della mostra Only in England, anche qui con tanto di codice ISBN (9781900747677), peccato che anche questo libro risulti inesistente. Pare una vicenda da Nome della Rosa, libri fantomatici di cui si parla ma che è impossibile trovare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...