Under the same sky

Sono mille, i motivi che si sentono e leggono a giustificazione del NON seguire alcun progetto nel proprio fare fotografia.

Dietro il velo, quello che si scorge talvolta è una certa indolenza, o una superficialità di intenti, o un magma pittoricista naïf che non ha il suo cardine nel pensiero visuale bensì nel “recupero ombre”.
Ma il più delle volte sono modi per difendere la propria vera passione che non guarda al fotografico ma alle fotocamere, non dà voce ai contenuti ma alla tecnica, non studia un linguaggio visivo ma la postproduzione, e che spinge a leggere recensioni o annunci sui mercatini come scopo al posto dei libri come propellente mentale.

E’ bello sapere che sotto questo stesso cielo – quello della fotoamatorialità – si trova molto altro e queste due righe vogliono essere un post-it per chi si trovasse nei dintorni di Milano nei prossimi due weekend e volesse cogliere l’occasione per vedere qualche buona fotografia e magari contribuire a supportare un progetto che questa volta è di cooperazione, e di cui la fotografia è una delle sue facce.

I dettagli qui.

Una mia considerazione personale:
nel leggere i buoni propositi di Under the same sky e nel vedere poi le foto “meno funzionali allo scopo” e chiacchierando con l’autore ho colto una certa dissonanza fra gli auspici di un futuro migliore e la diffidenza o la rassegnazione in certi sguardi.

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 …e si torna sempre lì, alla fotografia che si usa per mostrare e che invece più spesso – per sua dote peculiare – altro rivela.

Alberto Baffa

foto di Roberto Gresia

 

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4 pensieri su “Under the same sky

  1. Grazie della segnalazione.
    E a margine del tuo sfogo iniziale, (come non condividerlo, come pure le altre considerazioni) sottolineo come anche di progettualità si possa morire.
    E’ un continuo sfuggire da tranelli e gabbie, e proprio quando ci si sente al sicuro ecco che insidie più sottili ci stritolano: con meno evidenza, magari con il conforto di un qualificato consenso, e proprio per questo con effetti anche più perniciosi.
    Vita difficile, ma per questo affascinante.
    Magari ci ritorneremo.

    PS: l’ultima foto che hai linkato (fotoamatore o non fotoamatore) è veramente potente.

  2. Sono convinto che le cose stiano anche peggio di come le dipinge Alberto Baffa nel suo articolo. Per molte persone che oggi scattano, neanche si pone il problema del progetto o della giustificazione della sua assenza. Agiscono secondo il gusto del momento e la correzione post subisce altrettanto destino. Intervengo così dicendo poichè io stesso provengo da quel limbo di certezze fatte di nulla. Stanco di ripetizioni e di foto già viste o rappresentative della possibilità di un “recupero ombre”, cerco il progetto e un significato. E’ un processo evolutivo del quale io stesso, che pur consapevole ne intravedo la necessità, non immagino le conseguenze e nemmeno la conclusione. Credo sia un problema culturale quello che affligge la fotografia e, con riferimenti più ampi, il modo di fare odierno. In sintesi sono convinto che la conquista della consapevolezza del proprio stato e il miglioramento di esso passi attraverso il mettersi in gioco e il proporsi disponibili alla crescita in cerca della propria espressione migliore: quella che oggettivamente può essere rappresentata. La ricerca, la dedizione, l’umiltà, la perseveranza e la continua analisi introspettiva mi sembrano medicinali giusti ma, come ogni medicina, dura da ingerire. Un saluto.

  3. Personalmente tendo a preferire il fotoamatore entusiasta che non ha idea né vuole capire cosa stia facendo e crede di aver fatto un capolavoro per due like piuttosto che quello che si atteggia ad artista concettuale e pensa di aver giustificato il nulla perché ha un sito con un un artist statement pieno di parole messe a casaccio. Avete presente la scena di Talia Concept nel film di Sorrentino? Santoccielo, signora, checcos’è una vibbrazione!

  4. Lorenza ammiro il tuo approccio benevolo verso chi cerca la foto bellina e con questa anche i like; più che altro tengo a mente e rispetto il libero arbitrio: liberi tutti di fotografare il cornetto a colazione, di ammazzare un tramonto, di fare la caricatura di una montagna o di fare di un pover uomo in strada un trofeo.

    Gli sproloqui concettuali – quando sono tali – non hanno un brutto effetto ma due: il primo è quello di imbellettare il nulla, o il poco, e di nascondere “i tranelli e le gabbie” (uso le parole di Giuseppe) anche a sè stessi; l’altro è quello di dare un alibi agli appassionati di croste sgargianti e acque setose per continuare a non porsi domande temendo di fare quella fine.

    Eppure basterebbe porsi domande semplici e cercare di darsi risposte sincere. Paolo auspica dedizione e perseveranza, ma la sincerità sarebbe già tanto.

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