L’istante perfetto – Gregory Crewdson

Il catalogo on demand di Sky Arte propone un interessante film uscito nel 2012 e dedicato al fotografo americano Gregory Crewdson.  Per dieci anni il regista Ben Shapiro lo ha seguito registrando le fasi creative e tecniche che danno vita alle sue crepuscolari immagini-quadro. Il film offre l’opportunità di conoscere il suo modo di lavorare, la sua vita e le sue idee sulla fotografia.

“Brief encounter”, che in italiano è diventato “L’istante perfetto”, riprende, forse non casualmente, il titolo di un vecchio film di David Lean in cui i protagonisti vivono un amore alienato, appeso ad un filo. Amore che finirà, a causa di banali contrattempi,  nell’incertezza  e nel rimpianto. Alienazione, incertezza e rimpianto sono appunto alcuni dei temi cari a Crewsdon.

Le sue  immagini si caratterizzano per la  perfetta immobilità delle scene. Lo scatto diventa dunque l’istante perfetto, il momento in cui la complessità del reale sembra fermarsi  e tutto resta sospeso.  Ma chi  guarda le sue fotografie immagina che sia successo, o stia per accadere, qualcosa. Qualcosa di inquietante, forse di tragico.

Il mondo di Crewdson è la provincia americana che il fotografo avvolge in atmosfere surreali con riferimenti cinematografici al simbolismo misterioso ed inquietante di Lynch o al mondo descritto da Sam Mendes in “American beauty”. Chiara anche l’influenza pittorica e letteraria, in particolare le opere di Edward Hopper e di Raymond Carver.

Le immagini di Crewdson sono costruite, immaginate nei minimi dettagli ed elaborate radicalmente. E come set cinematografici sono allestite le sue location: cura maniacale del particolare, decine di tecnici, scenografi, truccatori, luci degne di un film hollywoodiano, comparse ed anche attori noti. Tutti elementi che trovano una ragione nel racconto che Crewdson fa di se. Si scopre così che il  fotografo non scatta nemmeno personalmente la fotografia, ma assume un ruolo più vicino a quello di un regista sul set di un film.

L’istante perfetto di Crewdson è dunque quanto di più distante dalla teoria bressoniana dell’attimo fuggente? O ne è solamente un’altra versione nella quale lo spettatore sospende il giudizio tra il reale e la finzione rappresentata e finisce, consapevolmente, per “credere” ed entrare in una dimensione poetica

Scriveva Roland Barthes: “ La foto mi colpisce se io la tolgo dal suo solito bla-bla: tecnica, realtà, reportage, arte, ecc. Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva”.

Qui trovate il film in versione italiana su Sky Arte.

Qui una lunga conferenza (in lingua inglese) in cui Crewdson presenta presso l’Haggerty Museum of Art il suo lavoro “In a Lonely Place”.

Qui una conversazione con Cristiana Perrella nella quale Crewdson   parla del suo lavoro dedicato ai set abbandonati di Cinecittà. Un Crewdson insolito, lontano dagli ambienti a lui famigliari.

Infine qui il video musicale  I’m Waiting Here  del poliedrico David Lynch ( realizzato con la collaborazione della cantautrice svedese Lykke Li) in cui le foto di Crewdson fanno, non a caso, da sfondo  alle note musicali.

Buona visione!

Franco Bovo

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