Il ricettario e la paura

Il  successo della  fotografia  digitale provoca,  nella  pratica  degli  appassionati,  delle  onde  lunghe  che il  mercato  comprensibilmente  cerca di  cavalcare.
Finita la  frequentazione di un  corso base,  ecco che al  nostro  appassionato  sorge la  domanda:  “bene.. e  quindi?”

Quindi, ecco pronto lo step successivo (altro corso, altro giro):  il progetto fotografico.
Ed è tutto un proliferare di workshop o di lezioni, dove il fotoamatore inizia (o crede di iniziare) a fare sul serio.
Cosa buona e giusta,  se non fosse che – anche qui – a fianco dell’autore che propone il suo interessante punto di vista o dell’esperto che con sensibilità e tatto riesce ad aprire la mente in varie direzioni,  tante mezze figure propongano semplicemente elenchi di regolette , dettate  più dal buon senso che da una visione di ampio respiro: basta fare un giro sul web per accorgersene.
Non sono ovviamente le raccomandazioni sulla coerenza della presentazione,  o sull’opportunità di sintesi,  di varietà eccetera ad essere perniciose:  anzi, sono più che opportune.  Il problema è quando questi 4 consigli… finiscono lì, quando gli schemi sono considerati nella loro rigidità.
Succede quindi che una delle espressioni più interessanti della fotografia possa ridursi ad un compitino da eseguire, magari con tanto di votazione finale:  coerenza: 9,  tecnica: 7,  originalità: 6…  eccetera.

E  purtroppo qualcosa di simile succede spesso anche ad un altro livello, quello del mercato fine art,  dove si presumerebbe di  trovare – a fianco dei comprensibili interessi commerciali – menti aperte e possibilismo.
La  fotografia  –  disse  qualcuno  –  è  la  meno  giudicabile  delle  arti:  per  ovviare  si  costruisce  allora una  base  di  valutazione,  fatta  di  formazione  culturale  dell’autore,  di  curriculum  espositivo,  di  originalità  del  presentato  ma  –  s’intende  –  nell’  ambito  dei  canovacci  espressivi  che  vanno  per  la  maggiore.

Ciò che esce dal seminato sconcerta, e invece di sorprendere (se è il caso) favorevolmente, viene guardato con sospetto:  sarà una genialata o un’escamotage?  E queste deviazioni corrisponderanno ad un sentire sincero e motivato o saranno svarioni di una sola estate?   Il pubblico sarà in grado di capire,  o scambierà la sintesi per banalità?  La calibrazione dei toni in punta di piedi verrà apprezzata nella sua misura o sarà interpretata come incapacità di adeguarsi al filone “tutto-contrastato” o “tutto-edulcorato”?   E quindi, il visitatore avrà voglia di… sborsare?
E’ un po’ come per i sorpassi: nel dubbio, meglio rinunciare.
Peccato quindi che molti addetti ai lavori, che magari si interessano di arte a tutto campo ma  solo pochino di fotografia,  partano con i loro filtri specifici e spesso sorvolino a duecento all’ora lavori che invece richiederebbero ascolto,  comprensione e tempo  prima di essere giudicati.   La superficialità può indurre a valutare un progetto sempre e comunque secondo  canoni prefissati,  o sulla falsariga di altre forme di narrazione,  come se una presentazione di fotografie  fosse un romanzo, o un film.

Il senso del razzo rosso che sparo oggi è proprio questo: chiedo a chi – autore o selezionatore – si accosti ad un lavoro complesso di essere possibilista, di aprirsi allo stupore, all’inconsueto, di non bocciare subito come disarticolazioni giochi di sponde e cambi di marcia,  di attendere che i mille rivoli che scaturiscono dalla presentazione – formando  magari una fluire inaspettato, una sintassi da scoprire – compiano il loro percorso prima di essere,  se è il caso, rifiutati.

Perché è veramente curioso che si cerchi nelle singole fotografie e nei temi trattati la freschezza di un approccio autentico o sottigliezze concettuali  da meditare e se ne pretenda poi  lo svolgimento come un compito in classe,  intelligibile al volo.

Non ho trovato un link da proporre,  e ve ne lascio quindi  12.600.000.   Buon tuffo, e occhio ai recinti.

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7 pensieri su “Il ricettario e la paura

  1. Giuseppe, penso che così come le persone che sono in grado di proporre qualcosa di originale e significativo sono pochissime, così le persone che sono capaci di riconoscere e promuovere la vera originalità siano altrettanto pochissime. La maggior parte, su entrambi i versanti, va sul già visto, sul manierismo, perché nell’immediato si rischia di meno; trovare le persone giuste attraverso cui proporre il proprio lavoro penso sia parte delle capacità necessarie di un autore valido che voglia essere conosciuto dal pubblico. Paradossalmente, per chi ha poco da dire ma segue il gusto corrente é più facile.

  2. Mi verrebbe da dire …ciò che spesso manca è la capacità di sapersi meravigliare tipica dei bimbi. Quando si chiude nel cassetto il ricordo del bimbo che eravamo, abbandoniamo la tipica aperura mentale che si ha a quell’età…forse solo i bambini – e quei pochi adulti che ricordano di esserlo – riescono a sorvolare i problemi che hai ben descritto nell’articolo. Altrimenti il rischio di viaggiare per compartimenti stagni è molto alto.
    (chiaramente detto in maniera semplice, è un tema che andrebbe approfondito)

  3. Sono molto d’accordo con l’affermazione che la fotografia è difficile da giudicare. Credo sia concettualmente difficile da afferrare. Anche se debbo dire che istintivamente so se una fotografia è buona.
    Lorenza, i fattori “originalità” e “significatività” possono essere salvati dai progetti fotografici, che hanno potenzialmente più unicità dei “pezzi unici”. Ma creare una serie per un progetto è cosa tutt’altro che facile, pone delle sfide alla coerenza e costanza per niente banali.

  4. Porsi davanti ad una serie fotografica ed esprimersi è in genere meno difficile che di fronte ad una singola immagine.
    La serie reca un indirizzo, e facilita quindi l’approccio.
    Però Il rischio di fare autogol paradossalmente può aumentare, se si pretende di inscatolare tutto nelle proprie categorie progettuali. Ossia, se si parte dal rigido ragionamento “la singola foto non è giudicabile, la serie invece sì”.
    Solo dedicando tempo e attenzione, ascoltando l’autore e lasciando che la mente compia i suoi ping pong fra il proprio background culturale / visuale e un reset dello stesso si può pensare di compiere un passo – almeno uno – in direzione della comprensione.

    Se poi la logica di riferimento è quella che ci induce a ricercare le immagini che meglio stanno sulla parete bianca sopra il divano di pelle, buonanotte. Ma questa è una parte del mercato, ci sta.

    L’importante – per esempio visionando una fiera di arte fotografica – è tenere presente questa dominante, per non scivolare in una deriva di corto respiro…

    • “Solo dedicando tempo e attenzione, ascoltando l’autore e lasciando che la mente compia i suoi ping pong fra il proprio background culturale / visuale e un reset dello stesso si può pensare di compiere un passo – almeno uno – in direzione della comprensione.”
      D’accordo. Ma, senza voler essere necessariamente provocatorio, aggiungerei “se c’é”.

  5. La mente aperta, sono d’accordo con te, è essenziale. Come è essenziale la consapevolezza che in fotografia le relazioni non sono lineari. I diversi elementi interagiscono ed evolvono, coinvolgendo autore e spettatore, ed a volte anche il soggetto. Questa complessa e imprevedibile dinamica è incompatibile con schemi di lettura rigidi. Il retroterra di autore e spettatore, auspicabilmente non ingessati in paradigmi, evolvono in continuazione, determinando nuovi approcci e nuovi stimoli visuali.
    Della maggior facilità della serie rispetto all’immagine singola non sono così sicuro. Perché mi sembra non sia scontata la coerenza tra le immagini.

    • “Solo dedicando tempo e attenzione, ascoltando l’autore e lasciando che la mente compia i suoi ping pong fra il proprio background culturale / visuale e un reset dello stesso si può pensare di compiere un passo – almeno uno – in direzione della comprensione.”

      Hai concentrato in una frase il concetto. Avere una mente libera ed aperta è il primo passo, ma non basta. Posso dire di avercela, ma onestamente è libera finchè incontra le mie barriere culturali. Non si possono eliminare, sarebbe inutile nonchè senza senso. E’ estremamente difficile fare un reset, come dici, un “riavvio del sistema” che non preveda il proprio background culturale attivato, ma è il primo passo per un compressione, per l’empatia del progetto che ci troviamo a visionare. Tutti giudichiamo ciò che vediamo ancor prima che ce ne rendiamo conto, con nostro metro di giudizio culturale, non possiamo esimerci…ed esserne consapevoli è gia un primo passo per non viaggiar per paradigmi. Pensando all’ambito antropologico, un bel concetto racchiuso nell’osservazione partecipante.
      Certo, nel mordi e fuggi culturale d’oggigiorno non so quanto tempo si ha a disposizione per assaporare appieno un lavoro, una visione fotografica…

      Ogni tanto mi chiedo – e non sono l’unico – se i grandi nomi della fotografia del passato sarebbero riusciti a farsi vedere nel grande calderone odierno. Penso di si, anche perch un/una serie di bei progetti seri ed impegnati una strada per uscire la trovano.

      Foto singola e serie…per me sono due entità diverse, non si può dire che l’una o l’altra sia più facile da eseguire/giudicare.
      Quelle che richiedono particolare sforzo sono invece le immagini singole che hanno fatto la storia, quelle che conoscono tutti: loro hanno intrapreso una propria vita iconografica difficile da controllare ed indirizzare, scavalcando spesso il proprio contesto e gli intenti dell’autore.

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