Daido Moriyama – Tokyo e Journey for something

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Dopo che l’altro giorno Giuseppe ne ha riesumato il cane, vi segnalo il link ai cataloghi di due mostre di Daido Moriyama che si sono tenute alla Reflex Gallery di Amsterdam:  Tokyo (2005) e Journey for something (2012).

La benemerita galleria, oltre a pubblicare dei bei cataloghi delle proprie mostre, li mette anche a disposizione in formato PDF  ed in versione integrale sul suo sito (hai visto mai? con i maggiori musei d’arte contemporanea che offrono online il catalogo della propria collezione con l’immagine a 50×50 pixel oscurata per ragioni di copyright?).

I cataloghi della Reflex sono interessanti perché propongono le immagini di ciascun fotografo in una selezione ragionata e in numero significativo, corredate da note critiche e con delle belle scansioni; il che consente di iniziare a farsi un’idea dell’autore.

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4 pensieri su “Daido Moriyama – Tokyo e Journey for something

  1. Sulla diffusione dell’arte sono incerto. A Parigi, dove non è vietato fotografare nei musei ho visto persone riprendere opere d’arte e fotografie senza crearsi problemi.
    Io, che sono un po’ purista, so per certo che qualsiasi riproduzione io possa fare sarà pessima rispetto a quella del libro che posso acquistare. Quindi non la faccio neanche quando posso. Non so cosa abbiano pensato quando hanno vietato di fotografare nei musei in Italia (be’ in realtà si può, bisogna solo chiedere il permesso al direttore). Forse ci sono state esperienze terribili.

  2. A prescindere dal fatto che può essere utile fotografare un’opera con il cellulare (per appuntarsi un particolare? per memoria? un gesto di appropriazione?), si tratta di un tipo di attività che non ha nulla a che vedere con il fatto che istituzioni deputate alla diffusione della conoscenza del patrimonio artistico rendano o meno fruibili le opere anche in formato digitale, attività a cui mi riferisco nel post e che ritengo doverosa.

    Peraltro in Italia, dal 1 giugno 2014, é stata liberalizzata la fotografia nei musei (http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1137023887.html) con un decreto, che mi auguro non verrà modificato in questa parte in sede di conversione in legge, che prevede i seguenti limiti e motivazioni che mi paiono del tutto condivisibili: “sono libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:
    1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né l’uso di stativi o treppiedi;
    2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale”.

    Il ragazzino che oggi fotografa una maschera di Adolfo Wildt perché gli pare bella (mio figlio, cinque ore fa) magari domani rivedrà quella foto, di sicuro fatta malissimo, e gli verrà voglia di cercarsi una migliore riproduzione della stessa opera che non potrà essere sempre a portata di mano. Personalmente sono assolutamente favorevole alla riproduzione tecnica dell’opera d’arte a condizione che si abbia ben chiaro il fatto che l’opera é una cosa, la sua riproduzione un’altra.

  3. Credo che il problema principale sia che ormai la condivisione delle informazioni è immediata e che, per quanto riguarda quella parte che appartiene alla sfera individuale, non vi sia alcuna barriera alla diffusione. Ma chi governa le aree che appartengono alla sfera “pubblica”, i beni culturali per intenderci, non ha capito, non ha il coraggio di aprire. Probabilmente il timore è di perdere il controllo della diffusione. Da una parte si potrebbe ipotizzare un effetto moltiplicativo che, spinto da una maggiore apertura della diffusione poi produca benefici alla maggiore platea raggiunta e quindi maggiori ritorni. In altri termini maggiore diffusione genera maggiore fruizione e valore economico.
    D’altra parte, però occorre tenere presente che si è radicata la percezione della gratuità delle informazioni, soprattutto quelle disponibili in rete. Non è improbabile che ampliando l’offerta [di beni culturali] non si faccia che aumentare l’aspettativa di fruizione gratuita, ma come sappiamo tutti, non tutto può essere gratis, anzi, quasi nulla, a meno che non provenga da attività legate a hobby. Lo sappiamo tutti noi quanto è necessario avere un “paying job” per sostenere i nostri “interessi” fotografici.
    Difficile capire dove sta il confine tra l’essere conservatori nella diffusione e il mantenere un minimo di controllo sulla catena di produzione del valore.

  4. Il fatto è che il controllo della diffusione è già stato perso; nei musei italiani il personale è ridotto all’osso e semplicemente non ce la fa ad inseguire ogni visitatore che con il cellulare fotografa compulsivamente. Dunque, ad essere cinici, si potrebbe dire che con la recente liberalizzazione si è fatta bella figura con poco; in realtà penso che condividere beni culturali invece che il proprio pranzo o i propri piedi sullo sfondo del mare possa solo fare bene, in generale, a tutti.
    Quanto al tema della gratuità, i musei e le raccolte pubbliche o private svolgono funzioni di interesse pubblico o sono enti senza scopo di lucro il cui fine è la diffusione della conoscenza. In Inghilterra i maggiori musei in genere offrono gratuitamente la visita alla collezione permanente (è gradita, ma non obbligatoria, una donazione libera) e sono molto solidi finanziariamente grazie ad altre forme di entrate. Personalmente penso che quel genere di cultura debba essere gratuita e resa fruibile per tutti per le stesse ragioni per cui lo è la scuola dell’obbligo.

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