Parlare o tacere di fotografie

Ha senso parlare di una fotografia o il tentativo di esprimere a parole il suo messaggio visivo?

Abbiamo sicuramente bisogno, almeno all’inizio del nostro percorso fotografico, di parlare di fotografie per acquisire alcune nozioni base sui principi elementari di composizione ed esposizione (anche solo per imparare a violarli). Ha senso quindi chiedere l’opinione altrui sulle nostre opere, per chiedere lumi su ciò che non riusciamo a vedere. Ha senso il voler parlare di fotografie, discuterne contenuto, tecnica, messaggio visivo.

Ma una volta consolidato il nostro approccio di base, se anche siamo spinti verso autori di analisi più sofisticate ed universali, queste ultime sono molto meno utili per un impulso creativo e concettuale alla nostra fotografia. Penso per esempio ad autori come Roland Barthes (La camera chiara), o Susan Sontag (Sulla fotografia), o forse accademici meno noti come Terry Barrett (Criticising Photographs), o Augusto Pieroni (Leggere la fotografia).

Roland Barthes, ad esempio, dichiara immediatamente i propri limiti: l’irrisolta necessità di classificazione di una fotografia, o l’incontro delle soggettività dei tre “attori”: operator, spectator e spectrum, che in alcuni casi coincidono. Egli formula poi i concetti di punctum e di studium, che restano peraltro sfumati: equipara lo studium a “to like” ed il punctum a “to love”. Chi si sente di marcare una differenza netta tra i due concetti? Barthes del resto ammette di non avere nessuna esperienza pratica del fotografare e con difficoltà riesce ad applicare l’analisi semiologica al linguaggio visuale.

Terry Barrett invece redige un manuale di critica fotografica – apparentemente dedicato ai suoi studenti – molto strutturato e pragmatico. Fa un’analisi ontologica della critica d’arte, parla della descrizione delle fotografie e della loro interpretazione, classifica tipologie, contesti e si addentra nel metodo di giudizio delle fotografie. E’ un lavoro di metodo e come per ogni metodo il risultato dipende 1) da chi lo applica; 2) dall’oggetto – la fotografia – al quale il metodo è applicato e quindi non dà risposte risolutive. Anche Barrett non riesce a dare la chiave di interpretazione del messaggio visuale.

Molto, molto più efficace l’analisi di Stephen Shore, The Nature of Photographs. Shore non parla delle fotografie, ma le classifica in base a determinati attributi, a partire dal livello fisico, parlando di bianco e nero e di colore, per poi passare al livello descrittivo (Depictive Level), il livello mentale (Mental Level), che può coincidere o no con il livello descrittivo, ed infine il livello della modellazione mentale (Mental Modelling). Secondo Shore quest’ultimo è inconscio nella maggior parte dei fotografi, ma alcuni di essi riescono a tenere sotto controllo, almeno in parte, il loro modello mentale. Tutto in un divenire continuo: ogni livello si basa sugli attributi del livello precedente, mantenendo però un feedback costante, ampliandone la dimensione ed il significato.

È da sottolineare che The Nature of Photographs è essenzialmente un libro di fotografie, corredate da brevi appunti, che più che dare una chiave di lettura di una fotografia offre degli spunti per metterla in relazione con ciò che percepiamo e ciò che sentiamo.

In una delle sue innumerevoli presenze in rete, Steve McCurry fa “parlare” praticamente solo le sue immagini, corredandole di frammenti di testo che servono unicamente ad identificare il tema della serie. E se inizialmente vorremmo leggere di più, poi diventa evidente che le immagini sono assolutamente sufficienti ed è più facile goderne senza alcun diaframma interpretativo.

E non è il solo: lo dice Elliott Erwitt in molte interviste, lo dice Robert Doisneau con il suo famoso aforisma.

Le fotografie non sembrano avere bisogno di molte parole, e spesso le considerazioni, anche complesse, non aiutano a comprendere meglio ciò che vediamo. D’altra parte il linguaggio fotografico è e resta un linguaggio visivo con un forte radicamento nella nostra soggettività.

Una volta imparati i rudimenti, forse è meglio guardare una fotografia (stampata) in più e leggere una pagina (o un sito) in meno. E collegarla con la nostra visione e con la nostra spinta creativa.

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9 pensieri su “Parlare o tacere di fotografie

  1. Aggiungo:

    “If I could say it in words there would be no reason to paint”, cioè “se potessi dirlo a parole non ci sarebbe ragione per dipingere”, Edward Hopper.

    Arnheim in Visual thinking spiega abbastanza bene come mai questo succeda.

  2. …le parole prima della foto, per capire dove ci si trova;
    le parole contestuali alla foto, che spiegano cosa si è fatto;
    le parole dopo la foto, che commentano l’opera finita.

    In effetti, quando sono troppe… sono troppe. Ma quando sono troppe?

    Ad ognuno – appassionato, autore, osservatore – trovare la giusta misura, che è personalissima.

    Impossibile ignorare la storia della fotografia e le teorie intorno al fotografico: d’altra parte, farne indigestione (leggasi: credere che tutto si possa spiegare con una elaborazione concettuale) significherebbe trasformare le occasioni di apertura mentale in steccati, per quanto sofisticati.
    Ad un certo punto – e l’avete ricordato – bisogna chiudere i libri e… lasciarsi andare, lasciare che ciò che è sedimentato sposi il nostro sentire e diventi fruttuoso.

    Lo stesso può valere intorno alle singole produzioni: ci sono immagini che bastano a sé stesse, e ogni parola – fosse anche il solo titolo – sarebbe di troppo; altre che però abbisognano di una spiegazione, non a puntello di una fotografia debole, ma perché l’opera stessa lo richiede.

    E infine il commento… siamo abituati a quelli amatoriali, al volo, sul web: fotografia singola – impatto – commento. E’ spesso devastante.
    Come pure – salendo di livello – è dannoso il tanto fumo che pseudo critici, in cambio di un panino, producono intorno al nulla. Il tempo farà giustizia.
    Ma se veramente vogliamo rimanere in tensione su un percorso di consapevolezza non possiamo considerarci arrivati, abbiamo bisogno di limare, stupirci, riconsiderare… fare due passi indietro per poi farne tre avanti. Chi si ferma è perduto, e ben vengano coloro che più avanti nel cammino ci offrono il loro punto di vista, permettendoci di cogliere quanto è meno evidente.
    Sempre che si voglia considerare la fotografia una possibilità di arte. Altrimenti sono solo dei click, ognuno è sommo giudice e mio figlio disegna meglio di Picasso. 🙂

  3. Concordo con Giuseppe Pagano, trovare la giusta misura è sicuramente difficile, ma credo che “una parola” in più non faccia poi così male.
    Oggi siamo circondati da milioni di immagini e forse fermarsi un attimo, leggere un pò e riflettere rende meno “consumistico” l’atto di guardare delle foto.
    Peppe

  4. Non sarà sicuramente il pensiero dell’autore del post, ma estremizzando il concetto potremmo concludere che anche questo sito potrebbe essere inutile!
    Invece a me piace moltissimo proprio perchè è uno dei pochi dove si “parla” di fotografia!
    Un saluto a tutti
    Peppe

  5. Concordo pienamente con Giuseppe Pagano.
    L’impossibilità di dare una chiave di interpretazione al messaggio visuale rende inutile parlarne? Se l’arte – è di questo che si parla vero? – è un mistero, non è proprio un percorso di conoscenza, di studio, la strada che può portarci vicini alla soluzione? Senza mai raggiungerla, d’accordo.

  6. Lo scritto si basa su una precisa distinzione tra “fotografie” e “fotografia” e non intende assolutamente negare l’analisi della storia della fotografia, né la sua teorizzazione.
    Molto viene scritto sulla “fotografia”, certamente è necessario provare a sviluppare concetti generali. Ma non mi sembra che sia necessariamente compiuto il passaggio tra parlare “di fotografia” al parlare “di fotografie”.
    E’ certamente interessante utilizzare i concetti sviluppati da Barthes, Sontag, Barrett, Shore, etc ma sinceramente non ho trovato analisi che potessero aiutare a trarre conclusioni definitive su “una fotografia”. Questo perché, come ho scritto, qualsiasi concetto e modello di analisi si basa poi su 1) chi lo applica, 2) a quale oggetto (fotografia) è applicato.
    Una volta letti “i libri” e assorbiti, nel conscio o nell’inconscio, i diversi concetti, il nostro rapporto con le fotografie (non con la fotografia) resta uno ad uno. Non perché non sia importante il possibile “input” di terzi, ma perché difficilmente riusciremo a riprodurre ed a fare nostra la relazione di un altro con una immagine.
    Forse sappiamo – o crediamo di sapere – troppo sulle fotografie che vediamo. Il “racconto verbale” di una immagine secondo me limita moltissimo la comunicazione visiva. Una volta spiegata una fotografia, come è nata, ci incanaliamo su percorsi tracciati, forse aridi.
    Mi viene in mente come tanti anni fa, al Kunsthistorisches Museum di VIenna uno studioso spiegava ai suoi studenti l’uso del blu nel contesto storico e artistico dell’epoca. Ha così limitato la percezione dell’immagine, focalizzandola solo sul colore? Forse si.

    Sull’elemento della tensione sono d’accordo: ma questa tensione dobbiamo mantenerla noi, difficilmente la generano i nostri “osservatori”, che possono essere compiacenti o ipercritici, cortesi o sgradevoli per motivi evidenti o no, e per questo non costituire un “fattore risolutivo” per lo sviluppo della nostra relazione con “le fotografie”.
    E anche la tensione va gestita con cautela: ho recentemente visto delle immagini di una fotografa inglese che potrebbero essere tranquillamente attribuite a Stephen Shore. Una fotografia è unica o no? Chi ha creato una fotografia la prima volta, chi l’ha pubblicata?

    Non parlare non significa essere acritici, tutto il contrario. Ho un serio dubbio che sulle parole relative ad una fotografia si possa costruire il nostro rapporto con essa.
    Se la fotografia costituisca una possibilità d’arte, be’ su questo passo. Credo di non poter aggiungere nulla ai fiumi di inchiostro e di parole che scorrono.

  7. Apprezzo le tue precisazioni Luca. In una certa misura le condivido, e non da oggi, perché è innegabile la comunicazione che si crea fra la singola fotografia e il singolo osservatore. Come pure è evidente che il fascino di tantissime fotografie risieda proprio nel suggerire senza spiegare, e che parole inopportune andrebbero a incrinare questa percezione.

    Ne avevamo parlato anche qui:
    https://pensierifotografici.wordpress.com/2014/02/01/vedi-nota-allegata/

    Il linguaggio fotografico ha i suoi limiti. E se a volte sono la forza di un’immagine, altre volte devono venire superati dall’autore, che solo attraverso le parole può consentire l’accesso ad una concettualità più articolata e meno evidente.
    E lo stesso vale per la critica e la saggistica: rispetto il tuo punto di vista, ma gli approfondimenti spesso e volentieri compiono viaggi di andata e ritorno dalla fotografia alle fotografie, e anche grazie a loro possiamo maturare consapevolezze e aperture che ci consentono di affrontare le immagini future con un possibilismo sempre più ampio.
    Il tentativo di mantenere una purezza di visione nascondendo tutte le parole a contorno di un’immagine mi sembra utopico e limitante (anche perché non si potrebbe preservare una percezione.. “vergine”: partiamo comunque da uno stato condizionato da mille fattori…): ma proprio il ragionare intorno alla fotografia e alle fotografie mi consente poi di discernere, e difendermi da coloro che vorrebbero – a parole – spiegare anche quello che spiegabile non è.
    Imho, ovviamente.

  8. Grazie Giuseppe, sono convinto che tutto sommato, e con tutti i limiti della comunicazione verbale – che pone problemi analoghi a quella visuale, anche se forse leggermente meno complessi – siamo sulla stessa linea.
    Mi piace questa tua idea del “suggerire senza spiegare”.
    Ma sono anche d’accordo con te sul fatto che sterilizzare completamente la comunicazione visuale dalla comunicazione verbale è sia utopico che limitante. Un approccio del genere sarebbe impensabile nella dimensione creativa della fotografia, ma anche di qualsiasi arte figurativa. Sarebbe come creare una gabbia di regole a qualcosa che in fondo sfugge alle regole.
    Allo stesso tempo parlare di fotografia, che spesso si basa sul “parlare di fotografie” è indispensabile per sostenere un percorso di consapevolezza, magari inconscia. Ed alla fine ci troviamo un distillato di conoscenza, istinti, percezioni, dentro e fuori una causalità razionale, che comunque ci aiuta a intravvedere quello che Shore chiama il nostro “modello mentale”.

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