Il cuoco che non doveva mai affilare la lama

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Zhuangzi o Chuang-tzu é un testo cinese risalente al Periodo dei Regni Combattenti (terzo secolo avanti Cristo). Nel terzo dei Capitoli Interni, é narrata la storia del cuoco che non doveva mai affilare la lama.

C’era un cuoco che lavorava per il principe Wen Hui. Aveva lavorato per il principe molti anni e nessuno era più abile di lui nel macellare un bue senza mai aver bisogno di affilare la lama. Aveva macellato migliaia di buoi, eppure la lama era ancora affilata come la prima volta in cui l’aveva usata. Muoveva appena la mano, spostava un poco il braccio e la carne cadeva dalle ossa facilmente, senza sforzo. La sua lama si muoveva così agevolmente e con un tale ritmo che pareva stesse danzando.

Quando il principe gli chiese come fosse riuscito a raggiungere una tale maestria, il cuoco spiegó che la questione era semplice. Seguiva la Via in ogni cosa che faceva. Quando aveva iniziato a macellare buoi, tutto ciò che vedeva era il bue davanti a sé. Aveva impiegato tre anni prima di riuscire a non vedere più il bue come un tutt’uno. Ora non usava più gli occhi per guardare il bue, ma lo spirito.

In questo modo, era in grado di permettere al coltello di seguire da solo la venatura della carne. Lasciava che il coltello si aprisse la strada negli interstizi tra le giunture e negli incavi, senza mai toccare i tendini e i legamenti, tanto meno le ossa.

Un bravo cuoco deve affilare la lama ogni anno, perché la usa per tagliare; un cuoco mediocre ogni mese, perché usa il coltello come un’accetta. Quel cuoco aveva il suo coltello da diciannove anni e l’aveva usato per macellare innumerevoli di buoi, ma la lama era ancora perfettamente affilata.

“Ci sono degli spazi nel corpo del bue dove la lama può tagliare come se attraversasse l’aria. C’é sufficiente spazio perché la lama si inserisca e si muova liberamente. Questa é la ragione per cui la mia lama é ancora affilata nonostante abbia macellato migliaia di buoi”, spiegava il cuoco. “A volte mi capita un taglio difficile. Invece di brandire la mia lama con più forza, mi fermo e medito sulla situazione. Guardo da vicino la giuntura e muovo la mia lama molto lentamente, senza usare la forza, finché la carne cade come una zolla che cade sul terreno. Allora mi fermo e mi guardo intorno per vedere se sono ancora in accordo con la Via. Se lo sono, sono felice. Poi pulisco la lama con attenzione e la ripongo. Ho finito”.

Anche in fotografia c’é un uomo, uno strumento e la realtà davanti a lui. Mi pare che per fare buone foto sia necessario inserirsi nelle pieghe della realtà seguendo il percorso di minor resistenza, come faceva quell’antico cuoco cinese, in accordo con la natura della situazione, senza forzare. E’ noto che delle utili lezioni di fotografia si possono trovare ovunque, anche in testi scritti duemila anni prima che la fotografia fosse inventata.

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19 pensieri su “Il cuoco che non doveva mai affilare la lama

  1. Mi piace molto questo collegamento. Era una cosa che mi mancava, pur con quindici anni di arti marziali alle spalle. A volte un collegamento semplice se ne rimane nascosto e non si trasla automaticamente da una disciplina all’altra. Proverò ad approcciare la fotografia più da macellaio 🙂

  2. Spunto che fa riflettere per la sua semplicità.
    Seguire il flusso e non forzarlo.

    A volte però succede il contrario: la fotografia può non seguire le pieghe della realtà e stravolgerne i paradigmi. Ma quello non è una questione di mezzo, ma di intento.

  3. una nota al commento precedente: seguire le pieghe della realtà non implica necessariamente prometterle fedeltà ma può ben voler dire cercare il suo punto debole, se come ben dici l`intento è quello.

    Lorenza,
    è un bel racconto e un intelligente parallelismo che apre la porta a varie considerazioni…

    – sulla foga tipicamente occidentale con cui da queste parti ci si accosta a un hobby,

    – sull`accumulo o compravendita di coltelli sempre nuovi e pazienza se l`esperienza è ferma a due sole lombate,

    – sull`agire di forza per ottenere un risultato, intendendo con ciò il ricorrere ad apparecchi ipertrofici tanto quanto a esagerazioni estetizzanti,
    eccetera.

    Dall`altra parte viene offerto un punto di vista che senza scomodare Pirsig dovrebbe pur essere capace di affascinarci, qualora non di illuminarci: la capacità di osservazione oltre la forma e i suoi colori …e l`accettazione dell`impasse e del silenzio piuttosto che di “un risultato comunque”, ovvero l`invito allo studio – che è processo attivo oltre la pura attesa passiva – invece degli spari nel mucchio.

    grazie della condivisione, Alberto

  4. Mah direi che questo articolo può essere visto come un consiglio e niente più perché ognuno di noi fotografando non fotografa la realtà ma il modo con cui il fotografo la vede. La fotografia non è reale per sua stessa natura e quindi non è altro che interpretazione. La realtà è mutevole e “futura” la fotografia è statica e “storica”.

    Stefano

  5. “Mi pare che per fare buone foto sia necessario inserirsi nelle pieghe della realtà seguendo il percorso di minor resistenza, come faceva quell’antico cuoco cinese, in accordo con la natura della situazione, senza forzare.”

    E’ profondamente vero. Le fotografie migliori sono esattamente quelle che nascono senza forzare. A volte non si riesce a fare a meno di forzare, forse proprio per incapacità, come il cuoco che affila il coltello ogni mese.

    Rispetto al commento di Stefano, il racconto non riguarda tanto il modo con cui il fotografo rappresenta ciò che lo attrae, ma piuttosto la modalità con cui si pone nei confronti di ciò che lo attrae.

  6. Stefano, Luca Alessandro ti ha già risposto. Aggiungo solo che considero la pubblicazione del Manifesto del Nuovo Realismo una delle migliori notizie degli ultimi anni. Nel Manifesto, il prof. Maurizio Ferraris dice finalmente un basta netto e convinto allo sciagurato “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, concetto di cui si è ampiamente abusato e che ha fatto sin troppi danni.

  7. In risposta al pensiero di Stefano vorrei dire solo poche parole: ho sempre pensato che l’istante fermato in uno scatto sia la porta del tempo, l’anello di congiunzione tra passato e futuro non può essere statico in esso si racchiude il nostro bagaglio e le nostre aspirazioni. o se preferiamo le nostre visioni di un futuro prossimo. Il modo in cui noi ‘fermiamo’ quell’istante è indissolubilmente legato al tempo vissuto e a quello che immaginiamo verrà. Il presente per quanto infinitamente lo scomponiamo non sarà mai ne dietro ne davanti a noi nel racchiuderlo in una immagine si genera la dinamica di un racconto.

    • Sono d’accordo con te, ma il racconto che innesca un’immagine è puramente personale e non sempre i due modi di vedere la foto (del fotografo e dello spettatore) coincidono alla faccia delle mille e mille parole che si spendono nel commentare una foto….ma comunque, visto che parliamo di realismo, la fotografia non può che essere bidimensionale e statica.;)….
      La fotografia ha dei limiti come ogni altro mezzo d’espressione …. E la staticità è uno di questi, anche se a volte un limite può diventare un plus!
      Quando dico che la fotografia è statica è proprio per dire quello che tu hai detto più armoniosamente, lo spettatore con la sua sensibilità e la sua interpretazione la rende viva e mutevole … Ma per fare questo la interpreta così come il fotografo ha interpretato la realtà quando l’ha scattata …. È per questo che non amo le parole a fianco alle foto così come non mi piacciono i titoli.

  8. Mi spiace ma io non mi ritrovo per niente in questo modo di operare. ….. Penso sia giusto che un fotografo, così come qualsiasi altro artista, intervenga sulla realtà o impostando un set o semplicemente in post produzione/camera oscura.
    Penso che sia giusto e doveroso porsi davanti ad una scena non come semplice spettatore ma come attore, penso sia giusto che quando si guarda una fotografia si guardi anche l’anima del fotografo.

    Questo nuovo realismo in realtà di nuovo penso abbia ben poco….. Ma probabilmente non ho una preparazione filosofica tale da poter permettermi di giudicare il Prof. Ferraris….. Sono un semplice fotografo che usa il BN e che fa spesso uso del diaframma aperto.

    Mi piacerebbe sapere come il Prof. Ferraris si pone difronte all’arte e alla fotografia in particolare, questo suo cercare la verità è anacronistico e più che un pensiero moderno mi sembra un pensiero vecchio e molto neorealista oltre che nato principalmente da un bisogno politico prima che artistico.

  9. Stefano, che dirti, qui non si sta affatto parlando di set, post produzione o interventi in camera oscura.
    In ogni caso, puoi agevolmente soddisfare le tue curiosità sul pensiero di Ferraris leggendo i suoi libri.
    Magari anche qualcosina sulle filosofie orientali potrebbe essere d’aiuto, se la cosa ti interessa.

  10. Il Nuovo Realismo è una corrente filosofica, non artistica. Magari lo diventerà, ma tenuto conto che il Manifesto è stato pubblicato nel 2012, devi avere un po’ di pazienza per vedere quale influenza quelle idee avranno sulla fotografia.

  11. Ma come ….. Sei tu che hai tirato in ballo Ferraris a proposito di fotografia …. E che dici basta al “non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Quando dici che “per fare buone foto sia necessario inserirsi nelle pieghe della realtà seguendo il percorso di minor resistenza” penso e ritengo che sia sbagliato. …. E la filosofia orientale così come quella poco seguita di Ferraris non c’entra nulla.
    Ritengo ancora che il fotografo debba metterci del suo e offrire più resistenza che può alla realtà sopratutto se non gli piace o se, invece, la condivide, deve sostenerla …. È sbagliato osservare , farsi trasportare dalla corrente … O meglio per me è sbagliato …. Ma forse sono io che non sono moderno…. O abbastanza orientale.

    E con questo passo e chiudo

    Nano nano.

  12. Stefano, credo di comprendere il tuo punto di vista.
    Ma la fotografia – cosa misteriosa – è un diamante dalle infinite sfaccettature, e oggi Lorenza ne ha mirabilmente messa in luce una.
    Nessuno pensa che sia paragonabile tout court il sezionamento di un bue allo scatto di un’immagine, ed è vero che tanta fotografia trova il suo felice sbocco dopo un percorso di costruzione.
    Ma è innegabile che esiti felicissimi si possono raggiungere con un’intuizione, un guizzo, una capacità di sintesi e di semplicità (non di semplicismo) che è agli antipodi di lente e macchinose somme di accorgimenti, ragionamenti e che altro.
    Lorenza menzionava “le pieghe della realtà”, io in un post precedente – citando un libro di Bevacqua – riportavo “le pieghe della vita”… è così, è fantastico, è una sorta di magic moment in cui il proprio background visuale e la situazione ci consentono di cogliere quanto ai più è nascosto, e mostrarlo. Una “via” breve e pura, che ci appare come l’unica via di quell’istante. Una fotografia viva e pulsante che batterà il tempo, e che non è concessa a tutti, inutile negarlo. Tanti maestri ce l’hanno mostrata.
    Il fatto che esista anche altro non va ad intaccare questa feconda possibilità, e grazie a Lorenza per avercela indicata.

  13. Certamente Giuseppe, ed il fatto é che si può essere in accordo con la natura della situazione, o non esserlo, sia in un set meticolosamente preparato, sia al contrario mimetizzati nella boscaglia.

    E’ una questione di atteggiamento mentale: aperto e duttile rispetto a quello che si ha di fronte (a quello che succede, alle cose, agli altri, alle loro idee, a ciò che non si conosce, a ciò che non si prevede, a tutto ciò che non siamo o non siamo ancora e che potremmo essere) oppure arroccato sulle proprie convinzioni, spesso mal riposte, in uno sterile solipsismo che, come questo thread dimostra, non porta da nessuna parte.

    Per metterla terra terra, qui la questione non é sapere se mettere l’obiettivo a f2.8 o a f16; é domandarsi cosa stia pensando, chi davvero sia la persona che si ha di fronte e che si sta cercando di fotografare. Lo sappiamo? No, però magari, se stiamo attenti, se siamo pronti e se siamo bravi abbastanza ad aspettare, la persona di fronte a noi mostrerà qualcosa che ci rivelerà cose che non sapevamo. Se invece non ci interessa osservare, che ci piaccia o no, finiremo per fare il ritratto della nostra idea preconcetta che nella maggior parte dei casi altro non é che il prodotto dell’influenza di immagini che abbiamo visto sui rotocalchi ed in televisione.

  14. Giuseppe condivido a pieno la tua risposta e ti ringrazio per questo.
    Lorenza, non devi prendere questi miei interventi per solipsismo perchè se così fosse non sarei intervenuto mostrando un’altro modo di concepire la fotografia e, in fondo, questa discussione non l’ho trovata per nulla sterile perchè ha approfondito un concetto a me caro così come penso lo sia per te, visto che ci hai dedicato un articolo, e ti ringrazio per questo.
    Sai, io ho una cultura tecnica e mi è più difficile cogliere le sfumature che puoi distinguere tu ma, credo, di poter accettare molti punti di vista oltre al mio, infatti il mio intervento è stato fatto perchè avevo, probabilmente in maniera errata, capito che per fare “buone foto” l’unica soluzione fosse inserirsi nelle pieghe della realtà.

    In amicizia

    Stefano

    P.s.
    volevo fare un caldo e sentito ringraziamento a tutti gli autori di questo interessantissimo blog a cui mi sento legato dal profondo amore per la fotografia e a cui devo un nutrimento culturale difficile da trovare altrove.

  15. Stefano, ho scritto che mi pare (sottolineo: mi pare) che per fare buone foto sia necessario inserirsi nelle pieghe della realtà senza forzare, riportando una mia impressione, non una verità assoluta affermata in maniera perentoria; siamo qui per discutere e siccome penso che quanto ho affermato sia corretto ma mi interessa sapere se davvero lo è, ho interesse a metterlo alla prova nel dialogo con gli altri (questa è la ragione per cui scrivo qui, come vedi cerco sempre il confronto con la realtà).

    Per inciso, il collegamento con le idee di Ferraris è farina del mio sacco, sinora non ho letto nessuno che ne abbia scritto ma penso che la fotografia sarebbe un campo fertilissimo di applicazione dei concetti da lui elaborati (per esempio la documentalità) e mi auguro che qualcuno se ne occupi con la dovuta competenza.

    Le opinioni diverse sono dunque le benvenute qui ma nel dialogo su internet, per iscritto, è sempre bene sbagliare per troppa cautela, come dicono gli inglesi, perché spesso capita che uno scrive una cosa, un altro legge e ne capisce un’altra e scoppia un’inutile guerra di religione.

    Dunque ti invito a partecipare serenamente alle discussioni ogni volta che ne avrai interesse e stai tranquillo che tutti gli autori di questo blog sono ben felici di fornire chiarimenti su quanto viene pubblicato qui.

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