Tod Papageorge: come lo strumento che si usa cambia il modo di vedere

Tod Papageorge, americano, 1940, é autore tra le altre cose di Passing through Eden, Steidl, 2007, una serie di immagini scattate in Central Park a New York. E’ stato per anni professore di fotografia alla Yale University ed é autore di numerosi saggi.

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Apro una parentesi. Nel corso di una delle sue lezioni ha raccontato un aneddoto divertente (la trascrizione é riportata nel suo Core Curriculum, Aperture, 2011): un giorno stava fotografando a Central Park con la sua 6×9. Bellissima giornata, parco pieno di gente che si gode il sole, tutti tranne lui che si aggira accaldato e appesantito dal materiale fotografico. A un certo punto vede una coppia di una certa età, ben vestita, d’aspetto europeo, che lo osserva.

Improvvisamente cordiale, Papageorge si avvicina e chiede all’uomo se vuole sapere qualcosa della sua macchina fotografica. L’uomo risponde: “Ah, excuse me. I ham Franch. I do not speak Eenglish vayree well”, e i due signori si girano e fanno per allontanarsi. Al che Papageorge dice, rivolto alle loro schiene: “Beh, di sicuro conosce il formato di questa macchina, é il six-neuf, quello che usava Brassaï”. Papageorge l’aveva riconosciuto e ne conosceva bene la ritrosia, soprattutto nei confronti di altri fotografi; però c’era una cosa che doveva dirgli.

Dunque Papageorge nomina Brassaï e subito l’uomo elegante si ferma, si gira, si riavvicina e poi dice: “Ah, you know, I could nevair use a camera like zat, it eez much too hayvee, eh?” (Sa, non ho mai potuto usare una macchina come quella, é troppo pesante). Così si fermano a parlare per un po’ e ad un certo punto Papageorge riesce a dire, nel suo miglior francese del liceo: “A cause de vous, je suis un photographe”. L’altro gli risponde: “Enchantez. Henri Cartier-Bresson”.

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Chiusa parentesi. Nella postfazione di Passing through Eden, parlando del suo lavoro in Central Park, scrive: “Sfortunatamente non avevo la minima idea di come mettermi a fare fotografie infuse di poesia (…) ma ero determinato ad imparare e, dopo aver incontrato il fotografo Garry Winogrand e avergli mostrato alcune delle mie foto, ricevetti la mia prima lezione in forma di domanda (tipico di Winogrand):  “Hai pensato di provare con un grandangolo?”, mi domandó, sapendo benissimo che non ne avevo uno. Una semplice domanda che mi lasció secco: fino ad allora, avevo sempre misurato il mondo dal punto di vista fotografico con una lente normale da tre-quattro metri di distanza, spesso usando il formato verticale alla distanza minima per far entrare la figura dalla testa ai piedi nel mirino. Ora, con una nuova lente da 35 mm sulla Leica (la mia risposta alla domanda di Winogrand), anche solo per riempire approssimativamente l’inquadratura ero costretto a stare molto più vicino a quello che fotografavo e usavo sempre la macchina in orizzontale perché in verticale quella lente creava distorsioni ingestibili. Più ancora, la qualitá morbida, scultorea che il 50mm tendeva a dare alle cose era ora sostituita da un manto di nitidezza che scolpiva dal primo piano allo sfondo ogni parte delle mie foto – persone, muri, selciato – con una letteralitá muta e impassibile. In quei primi mesi, la poesia mi sembrava l’ultima cosa a cui quella lente potesse portare; solo lentamente arrivai a capire che, per usarla efficacemente, dovevo imparare a comunicare in un linguaggio fotografico più distaccato di quanto non sapessi fare.
Dopo molte settimane in cui avevo lavorato con quella lente, iniziai a pensare che il progetto era impossibile. La folla, il traffico e gli infiniti stimoli visuali che mi turbinavano intorno erano troppo densi perché io li potessi maneggiare con la lente. Quel che non capivo era che, persistendo nel fare quel che stavo facendo, anche se mi pareva un insuccesso, stavo lentamente imparando un nuovo modo di fare foto. Invece di operare come avevo fatto in Europa, continuando a camminare sinché trovavo qualcosa che ritenevo abbastanza singolare per esercitarci sopra la mia macchina, e poi sperare che uno o due fotogrammi fossero in grado di racchiudere tutto il peso del significato che io vedevo in quella cosa, iniziai a lavorare più liberamente. Raccogliendo il suggerimento di Winogrand, arrivai a capire che le fotografie più potenti non sono necessariamente il risultato dell’aver visto qualcosa di raro o di impressionante o di bizzarro (anche se possono essere una o tutte e tre le cose insieme), confermandolo con uno scatto dell’otturatore. Se prima cercavo soggetti per le mie foto ora, beh, non cercavo niente in particolare, semmai fotografavo tutto in generale, seguendo il mio interesse, l’intuizione e il mutare della mia comprensione del mezzo fotografico”.

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Papageorge alla fine ha trovato lo strumento più adatto per la sua fotografia; la maggior parte delle foto contenute in Passing through Eden sono fatte con una lente normale (100mm) sulla 6×9, quella con la quale era riuscito a prendere all’amo il vecchio Henri in una bella giornata di sole in Central Park.

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