Il frullatore e il silenzio

Prendo spunto da un libro che ho appena finito di leggere: “Il portfolio fotografico”  di Sara Munari.  Anzi prima di proseguire con la riflessione di oggi ve ne parlo brevemente.

“Il portfolio fotografico” è un manualetto intelligente e di veloce lettura (basta un’oretta) scritto da una fotografa e docente che “vive, si diverte con la fotografia, la ama e la rispetta”, nel quale sono elencati tanti consigli su come pensare e presentare le proprie serie di fotografie.  Di sicuro interesse per chi desidera uscire dal mondo della fotoamatorialità  di piccolo cabotaggio e mirare ad uno spessore più gratificante, sia privato sia pubblico;  meno accattivante ovviamente per chi già bazzica il mondo di mostre e gallerie e ha un suo trascorso di esperienze.  Anche se comunque è sempre interessante leggere di questi argomenti:  in genere sono ignorati  dal web e dall’editoria,  o perché non si è all’altezza di parlarne in maniera organica, o perché  sono snobbati da chi ha raggiunto un certo livello e non spreca tempo a dare consigli,  per di più a potenziali concorrenti.
E poi spesso anche il fotografo d’esperienza tende ad adagiarsi su qualche consuetudine o errore, e snebbiare ogni tanto la mente su quello che costituisce il passo decisivo della propria produzione può essere utile.

“Fare belle fotografie non è difficile”, diceva un colosso come Minor White, “il difficile è metterle in fila”.
Tutta la nostra filosofia fotografica, ancorché profondissima,  alla fine si traduce in quel “metterle in fila”.

Un pregio di questo libretto è il linguaggio accessibile a tutti usato dall’autrice.  Niente svarioni, ma la condensazione di tutto un background in spiegazioni semplici, che partono da un’analisi dei vari tipi di portafoglio (e delle relative aspirazioni) per sfociare in indicazioni assolutamente pratiche, con quello stile  efficace e un po’ femminile tipo ricettario.
Temevo, non conoscendo l’autrice, un pericolo: che la brevità della trattazione conducesse a semplicismi e perentorietà, che mal si accordano alle potenzialità artistiche della fotografia. Fortunatamente  già il sottotitolo recita “ Istruzioni imperfette per l’uso”, e Sara, pur non cadendo in stucchevoli relativismi, sottolinea bene come ogni regola ammetta – se è il caso – clamorose eccezioni.

Dicevo che la lettura del libro era solo uno spunto. L’autrice ad un certo punto affronta il presupposto del portfolio, ossia le idee, come convogliarle, come… farsele venire. E qui, come tanti professionisti che abbiamo citato su queste pagine (vedi Sara Lando, vedi Francesco Iodice)  ecco i suggerimenti di frequentazione del web, le più svariate letture, cinema, eccetera.

Del resto, “per fare una fotografia profonda” come dice Franco Fontana, “profondi bisogna esserlo”.

Tutto condivisibile.  Specialmente per chi è un po’.. a digiuno.

Però, a latere, voglio aggiungere qualcosa e sparare il mio solito razzo rosso nella direzione opposta del cielo. Così, giusto per equilibrare, per mettere l’accento anche su un altro aspetto.  Magari anche   per mitigare gli eccessi di chi prendesse all’esasperazione  i consigli-alimenta-idee appena citati, che da Sara e  dagli altri autori sono correttamente formulati nell’ambito dell’autenticità (sempre da preservare!), ma che se estrapolati e male interpretati possono portare alla ricerca dell’escamotage, dell’ideuzza, che sempre più vediamo puntellare il nulla anche nelle sedi più qualificate.

Perché il web, i film, le letture vanno benissimo. Ma mi permetto di aggiungere un quarto ingrediente:

il silenzio.

jun

 

La prendo alla larga, e ve ne chiedo perdono in anticipo.
Quanta gente – sempre più spesso la incontriamo –  non ha più tempo per nulla?  Casa, lavoro, spostamenti… la società di oggi è una tortura. E quando rimane un’ora libera, ecco che deve riempirla immediatamente con dell’altro utile/futile.  Poi magari ha letto 6 romanzi nell’ultimo mese, rubando le ore al sonno,  ma quando qualcuno (o la vita!) la interpella sui grandi temi dell’ esistenza è solo capace di tirare fuori – dal nulla – puerilità che un bambino dell’asilo se ne vergognerebbe.
Non si concede più il tempo per fermarsi a pensare. O forse ne ha un po’ paura.

Penso che il ragionamento possa essere traslato al fotografo, che rischia  di occuparsi in primis del contorno piuttosto che partire dalle profondità.

Ho letto di un filosofo contemporaneo che professa l’inutilità delle nuove letture, segnatamente a fini creativi. Sostiene, il nostro, che in realtà abbiamo già tutti nella nostra cultura base un numero grandissimo di elementi, che se messi nella giusta relazione possono portare a risultati stupefacenti.
Credo che esageri: se restiamo fermi ci fossilizziamo, abbiamo bisogno di stimoli.

Però forse una scheggia di verità l’ha colta anche lui.

Abbiamo bisogno anche di non fare nulla.  Di lasciarci andare raggiungendo un silenzio interiore. Di rimuginare su quanto abbiamo già letto, visto, archiviato. Di ripensare al senso della nostra esistenza, e – nel caso di oggi – al senso del nostro fare fotografico.  Cosa cerchiamo, cosa vogliamo cogliere (o creare) e mostrare al mondo? Perché lo facciamo?
Cerchiamo a tutti i costi un’idea, che scateni un portfolio, che scateni consensi, che appaghi la nostra ambizione?
O forse faremmo meglio ad  appoggiare il naso alla finestra  e cercare delle risposte al nostro impegno?
E’ meglio cercare spunti, spunti, spunti perché.. qualcosa dobbiamo produrre, o fermarci e aspettare con pazienza che la superficie lasci intravedere finalmente cosa ci interessa, cosa veramente conta e cercare di farla emergere con pazienza?

tatge

Forse il mix vincente è proprio l’alternarsi della curiosità verso ciò che può stimolare  e lo stop per rielaborare.

Ricordo quando ho visto l’antologica di Migliori a Milano: sono tornato e mi sono seduto su una panchina al parco tutto il pomeriggio. Ero stordito, avevo nel cervello un vortice di pensieri  che doveva rallentare, dissolversi, decantare ciò che contava.  Se fossi andato in piscina, e poi a fare shopping, e poi a vedermi un bel film qualcosa sarebbe andato perso, sicuramente.
C’è un mondo nascosto, lì fuori e dentro di noi,  e l’arte lo può rendere visibile. Se ne siamo capaci, ma anche se lo permettiamo.  Se camminiamo lentamente e guardiamo, se partiamo con l’idea di non scattare, se ci sediamo a pensare.

Se ci fermiamo, possiamo renderci vittime di un agguato concettuale o visuale, e svilupparlo.  Se corriamo, è più difficile. Se inseguiamo gli stereotipi, è impossibile.  Se vediamo in una mostra un autore che ha ripreso – che so – le espressioni dei guidatori fermi al semaforo e allora decidiamo di riprendere le espressioni di chi aspetta il treno in stazione, giusto per variare, forse voliamo basso.  Poi magari faremo anche una bella serie… ma a che pro?

Fontana parlava di profondità, non di originalità.  Ma oggi purtroppo si insegue fin troppo quest’ultima.

Ad una mostra, due anni fa, alcuni ragazzi mi hanno chiesto: “da dove parti per le tue foto?”

“dal silenzio”.

(fotografie di Hiroshi Sugimoto, Jungjin Lee e George Tatge)

 

Giuseppe Pagano

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7 pensieri su “Il frullatore e il silenzio

  1. Bella riflessione. Grazie.
    Il silenzio come momento (luuungo) di riflessione e di ricerca in sè. Autenticità più che originalità. Questi sono i 2 statement che trovo necessari per chi si esprime fotograficamente ( e non solo).

  2. Amo il silenzio in Fotografia, e’ stato premuto un tasto a me sensibile;
    silenzio e “vuoto” prima dello scatto ma silenzio anche nello scatto… spesso merce rara.
    Grazie per la segnalazione e condivisione.

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