Il talento di Koudelka

Mentre taglio la nebbia sull’autostrada, direzione Forte di Bard, mi tornano in mente le parole di Ferdinando Scianna, che su Arte di dicembre commenta la mostra Vestiges di Koudelka.
In particolare, una: talento.

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Talento è una parola un po’ tabù nei discorsi fotografici di questa epoca: insieme a bello, arte, suggestione e altre,  è meglio non usarla.  Il rischio è quello di apparire retrò, invischiati in vecchie categorie, refrattari alle aperture mentali che elevano il concettuale quale unico metro di valutazione, constatabile e incontestabile:  una sorta di democrazia dove nessuno è escluso, se si impegna.

Ma Scianna non è l’ultimo dei fotoamatori o dei blogger che deve  raccogliere consenso, e può permettersi il lusso di essere sincero.  Al punto da usare la parola talento ben sette volte.

“Ecco, il talento. Come se la natura lo avesse dotato di un terzo, mostruoso occhio di Polifemo, specializzato nel vedere il mondo e trasformarlo in potenti fotografie…  … Il talento, in definitiva, non è merito di chi lo possiede, è come il coraggio di Don Abbondio: uno non se lo può dare.”

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Con  queste premesse, e  con negli occhi le pagine di Chaos, salgo lentamente alla mostra.  In effetti sarebbe difficile trovare una sede espositiva più adatta a ricevere le rovine delle grandi civiltà, raccolte in decenni di ossessiva e paziente attesa creativa.  Un giro lunghissimo, attraverso l’Europa e i paesi del mediterraneo, non ancora concluso, il cui distillato di pietra è ora racchiuso nello scrigno di roccia del  Forte,  massiccia opera di difesa che sembra conferire ulteriore preziosità all’esposizione.

Le immagini sono tutte in formato panoramico,  quelle appese alle pareti sono veramente grandi.  L’illuminazione a volte è ottima, altre volte meno, ma qualche ombra non fa che accrescere il fascino di questi luoghi  da ri-scoprire.

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Interessante la saletta picture-motion, dove vengono proiettate tutte le foto del progetto (sono veramente tante).  Temevo – dopo i primi minuti – di cadere nella noia del visto e rivisto:   una sequenza a mitraglia di centinaia di immagini in bianco e nero sull’unico tema delle rovine archeologiche avrebbe stroncato chiunque, mi sembrava oggettivo.  Eppure non è successo.  Evidentemente ogni immagine è stata pensata, ha un suo perché e un qualche ingrediente segreto, anche quando l’inquadratura parrebbe superficialmente  una riuscita documentazione.

Koudelka annulla il tempo e le distanze,  le fotografie sembrano scattate in un unico universo parallelo, dove pietre e colonne pulsano di vita propria, dove le statue abitano una quotidianità misteriosa.

Vestiges è un progetto semplice: è una raccolta di  rovine.

Ma questo cammino meditato, in un mondo di intenti arzigogolati o di straniamenti a buon mercato, lascia il segno, ci pone interrogativi sul suo fascino, ci conferma che la fotografia è possibile.
Grazie a Koudelka e al suo talento.

Giuseppe Pagano

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