William Eggleston. La rivoluzione del colore e della banalità

Un’analisi non superficiale del lavoro di William Eggleston conferma che, anche se da più parti è definito banale, in realtà non è banale affatto. O forse è riuscito a fare in modo che il banale divenisse il suo rivoluzionario marchio di fabbrica, proponendo fotografie di straordinaria forza espressiva, talvolta pittoricamente serene, talvolta sconcertanti.

imageLa banalità quasi ripugnante di un cumulo di sacchi pieni di immondizia: un gioco di colori che si contrappone allo sfondo

William Eggleston è il protagonista di diversi documentari ed in particolare di questo, prodotto da Alan Yentob per la BBC nel 2009.

Lo stesso John Szarkowski, che lo ha scoperto e imposto al MoMA, riferisce di non credergli quando sostiene che i soggetti delle sue fotografie non sono altro che dei supporti per il colore. Szarkowski sottolinea che Eggleston combina il colore con la rappresentazione della sua stessa identità.

Il fotografo ci presenta segmenti della sua vita e dei suoi luoghi. È un assoluto maestro del colore e conosce la luce, sa come cambia e come influisce sulla resa cromatica.

imageForse una delle immagini più conosciute di William Eggleston. Lui sostiene di non essere mai riuscito ad ottenere la resa del rosso che voleva

imageUn’unica combinazione di forme, colori, ombre in un contesto straordinariamente ordinario

Sappiamo che ha accuratamente studiato il processo di stampa, adottando il dye transfer. Le sue fotografie però non sono solo colore: le sue composizioni bilanciano perfettamente pieni e vuoti. Come dice egli stesso “ogni piccolo spazio nell’immagine opera [visivamente] ed ha la sua importanza”. Ha una magnifica sapienza nell’evidenziare gli elementi chiave nelle sue immagini.

La sua mostra al MoMA del 1976 ha causato un polverone mediatico ed una sollevazione dell’establishment dell’epoca. Ci sono state pesantissime stroncature pubbliche e pessime recensioni sulla stampa. Ma è stata anche l’occasione dello sdoganamento del colore fotografico come forma di espressione artistica.

Eggleston ci fa vedere da prospettive del tutto particolari cose che sono sotto gli occhi di tutti  e che, nonostante la fama di banalità, determinano forti risposte immaginative ed emozionali. C’è un’armonia intima tra il soggetto, lo stile e il modo con cui è visto, creando un autentico senso mistico e di stupore.

imageUn accumulo di oggetti sotto un letto, quasi ad emulare un ripostiglio di cianfrusaglie ed un paio di scarpe sformate in primo piano, quasi rappresentano una metafora della trasandatezza

Il fotografo ci mostra il suo mondo, albe e tramonti, luce orizzontale e calda, spazi ampi, cortili e discariche, alberi, cespugli ma anche interni, e particolari d’interni, tavole imbandite. Alcune fotografie hanno un particolare impatto, come il soffitto rosso, una perfetta rappresentazione dell’essenza, dell’esistenza, della vita e della filosofia di William Eggleston.

imageMagnifica rappresentazione della luce

imageTipicamente William Eggleston: luce vivida al tramonto, automobili parcheggiate, tralicci e fili del telefono, oggetti incomprensibili

Non è certamente il fotografo del momento decisivo ma le relativamente rare immagini di persone sono composizioni uniche.

imageMeravigliosa ed inquietante. Magnifico blu. Stupefacente giustapposizione della figura e del palo con la catena. E c’è anche un piede tagliato

imageIl rosso, uno dei colori preferiti di WE

imageSemplicemente colore

A una prima occhiata superficiale si potrebbe pensare che Eggleston semplicemente registra a colori ciò che lo circonda, ma in realtà non è un mero registrare. Eggleston produce delle sofisticate composizioni di oggetti e di scene che lo circondano – spesso nei dintorni di Memphis – evidenziandone gli elementi cromatici. E la rappresentazione non è mai casuale, Eggleston ha un disegno preciso sulle cose che registra, su come le registra e sul momento per registrarle.

imageGiustapposizione speculare bianco nero e nero bianco ad un funerale

imageLuce radente al tramonto e la giustapposizione dell’ombra

E la sua esperienza di pittore fortemente influenza questo disegno.

Qui la sua presenza online.

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17 pensieri su “William Eggleston. La rivoluzione del colore e della banalità

  1. bell’articolo Luca Alessandro e preziosissimo quel documentario che segnali (con interessanti contributi di Martin Parr) …come spesso lo sono le produzioni BBC in ambito divulgativo fotografico.

  2. A commento del bel post di Luca Alessandro, vi segnalo che Eggleston di recente é stato coinvolto in una controversia giudiziaria abbastanza interessante.

    Jonathan Sobel, membro del board of Trustees del Withney Museum of American Art ed ex banchiere Goldman Sachs, è un importante colezionista dell’opera di William Eggleston. Negli anni, non solo ha acquistato un numero importante di fotografie di Eggleston ma ha anche sostenuto la carriera dell’artista promuovendolo e finanziando sue mostre personali.

    Nel 2012, Eggleston decide di realizzare una nuova serie di stampe da negativi di oltre trent’anni prima tratti dal suo archivio. Alcune di queste immagini non erano mai state pubblicate, altre erano tra le sue piu note, per esempio quella del triciclo (Untitled, Memphis, 1970), che stava sulla copertina del catalogo della mostra al MoMA del 1976 ed è una delle immagini piu identificative per il fotografo.

    Le nuove stampe, trentasei immagini in serie da due, vengono mese all’asta da Christie’s a New York nel marzo 2012 e vengono vendute con gran successo commerciale per un valore complessivo di 5.9m$. Qui:
    http://www.christies.com/lotfinder/salebrowse.aspx?intsaleid=23749&viewType=list
    trovate tutte le immagini oggetto della vendita, con prezzo base, prezzo realizzato e bibliografia, se esistente.

    Jonathan Sobel non apprezza l’iniziativa e fa causa a William Eggleston (e al trust che possiede i diritti delle sue fotografie e di cui beneficiario è lo stesso Eggleston ed il figlio). Sobel lamenta innanzitutto il fatto che, quando aveva acquistato le stampe, l’artista e l’intermediario, in alcuni casi Christie’s stessa, avevano dichiarato o lasciato intendere trattarsi di fotografie in serie limitata e che tali sarebbero rimaste; a riprova di ciò cita la numerazione progressiva riportata sulla stampa. Dichiara dunque che al momento dell’acquisto era sua convinzione che non sarebbero state prodotte nuove stampe da quei negativi oltre a quelle già esistenti, né in formato uguale né differente, e per questa ragione era stato indotto a pagare un prezzo maggiore. La produzione e messa in commercio di nuove stampe lo avrebbe dunque, secondo la sua tesi, notevolmente danneggiato economicamente riducendo il valore di quelle della sua collezione perché ne ha ridotto l’unicità e la rarità.

    Le stampe acquistate da Sobel sono in edizioni da 20; vintage, cioè realizzate entro un certo lasso di tempo dalla data in cui l’immagine originale é stata realizzata; stampate con la tecnica dye-trasfer, un processo di riproduzione delle immagini che garantisce una gamma di colori e una scala tonale maggiore, piu controllo ed piu stabilità di altri processi; in formato 16×20 pollici, circa 40x50cm.

    Le nuove stampe sono invece in serie da due, riprodotte da scansioni digitali e stampate in grande formato (44×60 pollici, circa 110×150 cm) con la tecnica inkjet.

    Il giudice ha respinto le richiese di Sobel affermando il principio che un fotografo mantiene sempre il diritto ad eseguire serie di stampe differenti tratte da una stessa immagine, anche se in precedenza aveva prodotto e venduto stampe della stessa immagine in serie limitata. Secondo il giudice, Eggleston avrebbe danneggiato Sobel solo se avesse creato una nuova serie di foto con la stessa tecnica della serie originaria; l’aver invece utilizzato il processo digitale per realizzare la nuova serie comporta, secondo il giudice, la creazione di un nuovo lavoro, come tale legittimo e non lesivo dei diritti di chi in passato aveva acquistato precedenti versioni della stessa immagine.

    Quanto poi all’asserita perdita di valore delle stampe possedute da Sobel, é possibile che dopo questa operazione commerciale il valore della collezione Sobel sia aumentato e non diminuito visti i prezzi realizzati in asta; il lotto principale, il triciclo, ha raggiunto il record mondiale per Eggleston, essendo stato battuto a $578,000 da una stima di $200,000-$300.000; la maggior parte delle altre immagini, incluse alcune di quelle inedite, hanno ampiamente superato la base d’asta e nessun lotto é andato invenduto.

    L’aspetto che trovo interessante della questione, al di là del fatto se una stampa in formato differente e con tecnica di riproduzione differente costituisca o meno una nuova opera, é la questione della legittimità per l’artista di intervenire nuovamente sulla matrice dell’opera d’arte riproducibile in serie, il negativo in questo caso, traendone nuovi lavori.

    Se si accetta l’appropriazione, a volte pedissequa, di opere d’arte altrui facendole diventare proprie (vedi After Walker Evans di Sherry Levine), Eggleston si é riappropriato delle sue immagini per farne qualcosa di un po’ diverso, probabilmente più in linea con i gusti attuali del mercato dell’arte, difatti incontrando un grande successo commerciale.

    Di contro, ci sta la posizione del collezionista, che é disposto a pagare un premio per l’opera in serie limitata e che avrebbe l’interesse ad esercitare un diritto di esclusiva non solo sull’oggetto fisico (la stampa) ma anche sulla matrice, cioè sull’idea.

    Lascio a voi giudicare chi sotto il profilo morale ha più ragione. Tra i due, il giudice ha ritenuto di tutelare l’artista, cosa che è probabilmente maggiormente nell’interesse della collettivitá.

  3. Sono andato a vedermi il triciclo… revisionato. 🙂
    Non mi sembra granché modificato.
    Francamente sono molto deluso dal comportamento di Eggleston.
    Io sto con il collezionista.

    Grazie dell’interessante notizia, Lorenza.

  4. Grazie Alberto e Lorenza dei vostri pensieri.

    In merito alla causa del collezionista (persa) ho la sensazione si tratti essenzialmente di una questione di soldi e di rapporti legali, abbastanza indipendenti da ogni considerazione morale.
    La differenza fondamentale la fa il dye transfer, tecnica di grande complessità e che produce risultati molto diversi da qualsiasi altro processo, incluso l’inkjet.
    Quindi sono opere sostanzialmente non confrontabili, pur provenendo dalla stessa matrice. E sembra ovvio che la proprietà intellettuale comunque resti all’autore.

  5. Sebbene Lorenza abbia riportato la notizia nel modo più dettagliato possibile, è evidente che ci sfuggono chissà quali dettagli, alla luce dei quali – chissà – l’intera vicenda potrebbe essere riconsiderata.
    Però possiamo solo rimanere ai fatti che conosciamo.
    Il mercato dell’arte fotografica è pesantemente inquinato, e non ultimo dalle furberie di chi “gioca” sulle tirature, adducendo cambi di formato, di inchiostro e di che altro quali scuse per allungare – quando conviene – il brodo.
    Ora, qui sembrerebbe che all’origine vi fosse un patto fra l’autore e il collezionista sulla tiratura. Scritto, verbale, implicito… mi interessa poco.
    Riprendere oggi il triciclo e – per esempio – snaturarlo per creare qualcosa di diverso sarebbe stato perfettamente lecito, nessuno può fermare il pensiero dell’artista nella sua evoluzione.
    Riprendere oggi il triciclo (che oltretutto ha segnato la storia dell’arte fotografica) e stamparne ancora un po’, manco fosse una formina per la sabbia, annusando l’odore dei dollari, tanti dollari, mi sembra scorretto. E poco onorevole perfino per l’acquirente.
    Eggleston – al limite – avrebbe potuto preventivamente accordarsi con i possessori dei tricicli originali:ma così evidentemente non è stato.
    Peccato veramente.
    C’è chi considera la tiratura di una fotografia assurda, a fronte di tutti i discorsi sulla riproducibilità; c’è chi invece si impegna per una regolamentazione che tuteli l’acquirente e garantisca quanto certificato all’origine, promuovendo uno sviluppo del mercato dell’arte più sereno e rispettoso.
    Ambedue gli atteggiamenti mi sembrano leciti e comprensibili.
    Quello che non va bene è cambiare posizione in corsa.
    Grazie per l’articolo e per le stupende foto che hai inserito, Luca; peccato che quanto notiziato da Lorenza mi abbia un po’ tolto il piacere di guardarle. Chissà, forse un domani leggeremo qualcosa a rettifica e tutto andrà a posto… 😉

  6. Questione complessa posta da Lorenza prima e da Beppe poi.

    Sicuramente ci sono di mezzo quotazioni e quindi quattrini.
    Nessuna delle parti può essere definita un puro giglio. W.E. ed i suoi figli che mettono altri “prodotti” sul mercato, Sobel, che non è solo un collezionista, ma anche un ex-investment banker di Goldman Sachs che è perfettamente a suo agio con mercati e quotazioni. E’ stato lui stesso, come riporta Lorenza, a sostenere e promuovere Eggleston. Con chissà quale beneficio per le quotazioni.
    Jonathan Sobel non è un novellino e sa perfettamente quanto siano potenzialmente riproducibili le fotografie.
    Mi sembra strano che, esperto com’è, abbia accettato di pagare un sovrapprezzo per le fotografie che ha comperato senza una qualche forma di garanzia sul numero delle riproduzioni.

    Ad ogni modo ecco qui due link interessanti che riferiscono del giudizio e di alcune opinioni sulla vicenda, compresi estratti della sentenza del giudice Deborah Batts.
    http://www.seattlestar.net/2013/04/sobel-v-eggleston-color-me-amused/
    e
    http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2012/04/06/why-is-jonathan-sobel-suing-william-eggleston/
    Una fotografia è considerata intrinsecamente riproducibile, ma le nuove produzioni sono molto più grandi e fatte con inkjet. Il dye transfer, la tecnica originale, non è più impiegabile perché Kodak ha smesso di produrre la chimica necessaria a trattare le tre matrici ciano, magenta e giallo nel 1994. E le stampe di Sobel sono fatte con dye transfer.
    Io personalmente non sono interessato a questo tipo di problemi. Nemmeno sapevo che l’Eggleston che mi trasmette piacevoli sensazioni visive si vende a centinaia di migliaia di dollari.
    Resto terra terra e mi occupo dell’estetica della fotografia e dell’uomo (degli uomini) che riescono a crearla.
    La finanza ed il rapporto potenzialmente artificiale con l’arte mi interessano poco.

  7. Direi che qui l’aspetto economico c’entra solo come dato da registrare e tenere presente. Chi si interessa di storia della fotografia – o di storia dell’arte in generale – non può prescindere dal conoscere la fortuna critica e anche quella di pubblico di un autore, a pena di averne una comprensione solo parziale; né dal fatto che l’Art World abbia fatto rientrare nelle proprie logiche la fotografia al pari di altre forme d’espressione artistica, a partire da John Szarkowski che per primo promuove Eggleston all’interesse del pubblico sino a Sobel che lo sostiene finanziando la sua mostra al Withney.
    Nessuno di noi avrebbe idea di chi sia Eggleston se non fosse per queste dinamiche e lui starebbe ancora a fotografare sacchetti di plastica nel cortile di casa sua a Memphis.
    Chi si interessa di filosofia della fotografia e del significato culturale della fotografia nella nostra societá non può prescindere dal capire a chi appartengono le fotografie e chi e come può avere controllo su di esse. In questo senso la causa Sobel é interessante.
    E per venire più terra terra, penso che capire molto bene di chi sia e cosa si possa fare con una foto, sia per chi la foto la fa sia per chi ne acquisisce qualche forma di diritto, sia estremamente importante.
    Questo non vale tanto per il fotografo famoso che vende le sue foto a centinaia di migliaia di dollari, che giá lo sa benissimo da solo, quanto per quelli come noi che magari partecipano ai concorsi fotografici senza verificare che tipo di diritto sulle immagini stanno cedendo agli organizzatori.

  8. Lorenza, certamente.
    Io i meccanismi dell’art world non li capisco. Mi sembrano, nel caso della fotografia, un cocktail inafferrabile di talento, innovatività, capacità artigianale, abilità situazionale, marketing, creatività, propensione al rischio, competenza relazionale, fortuna. Il peso relativo di ciascuna di esse è molto variabile come il suo contributo al successo.
    Su Flickr, per esempio, vi sono immagini notevolissime in mezzo ad un mare di ordinarietà. La fatica per trovarle è enorme.
    Ma anche la fatica per farle emergere, da parte degli autori.
    Certo nessuno se le contende a suon di dollari (o Euro).
    E, visto che ormai tutto è stato fotografato, e tutto è continuamente fotografato, mi sembra difficilissimo non solo avere una quotazione, ma anche solo essere riconosciuto al di là di una più o meno ristretta cerchia.

  9. Soprattutto, uno in quel mondo ci deve essere; qualcuno conosco, e son gente che fa le sue oneste cose pur senza essere dei titani. È una carriera come molte altre e chi la sceglie ha fatto determinati percorsi di studi e apprendistato, ha sviluppato relazioni personali con artisti, curatori, galleristi, collezionisti, frequenta assiduamente i vari luoghi deputati, musei, mostre, fiere, vernissages, legge certe riviste, etc. Di certo, non é attraverso flickr che uno può essere scoperto dal novello Szarkowski per vedersi proporre il giorno dopo una personale al MoMA, se non altro perché sostenere la carriera di un autore é costoso e dunque é necessario conoscere bene le persone su cui investire; é semmai un lungo percorso che si coltiva fin da giovani, spesso a partire dalle varie scuole d’arte.

  10. Nessun dubbio sull’onestà di fondo.
    Mi rimane però la domanda di fondo: se fissiamo la “soglia dell’arte” sulla base di un percorso artistico e creativo, sulla ricerca artistica ed il talento dell’autore abbiamo una base di partenza.
    Ma siamo ancora ben lontani dal mercato dell’arte, che richiede tutte quelle molteplici attività che tu giustamente citi.
    La metafora potrebbe essere quella di Vivian Maier, sconosciuta fotoamatrice che ha avuto la fortuna di essere scoperta da John Maloof, si appassionato di fotografia, ma principalmente agente immobiliare (tornano le capacità di mercato! Indipendentemente da cosa si “vende”!). Senza John Maloof gli scatti sarebbero finiti al macero, o in un’altra soffitta. Certo non sarebbero stati valorizzati.
    Si può essere bravissimi, ma se nessuno lo sa lo si può affermare solo davanti ad uno specchio.

  11. Non a tutti interessa sentirsi dire che sono bravissimi; alla Maier, per esempio, non interessava affatto, tanto che non ha fatto nulla per promuovere la sua produzione fotografica e spesso nemmeno sviluppava i suoi negativi o se li sviluppava non li stampava.
    Quelli invece che vorrebbero tanto tantissimo ma non fanno nulla ed aspettano che passi un Maloof o un Szarkowski mi fanno venire in mente quel genovese della barzelletta che inginocchiato davanti all’altare pregava con grande fervore perché Iddio lo facesse vincere alla lotteria; si aprono i cieli sino all’empireo e una voce tuona dall’alto (con accento genovese): “Giobàta, acatâ il bigétto!”.

  12. Lorenza, non sottovalutare la vanità degli esseri umani … 🙂
    E’ che premere un pulsantino è molto facile, caricare in rete altrettanto.
    “Lavorare” sulle fotografie che si sono fatte è già più difficile, perché sarebbe necessario andare oltre se stessi come unico sistema di riferimento.
    Crearsi un sistema di riferimento per la propria fotografia è un lavoro lungo e faticoso, soprattutto per un autodidatta che per vivere fa altro. Ci sono i libri, i saggi, le mostre, le gallerie.
    Se poi andiamo oltre, verso la lettura di portfolio, verso i workshop, le “masterclass”.
    Ci vuole ancora più tempo.
    Oltre alla necessità di avere tale coscienza di se e tale spregiudicatezza da presentare il proprio lavoro a qualcuno per farlo giudicare.
    Molto più che entrare in una tabaccheria e comprare un biglietto della lotteria …

  13. E cos’é se non vanitá quella di chi vorrebbe vincere alla lotteria senza nemmeno comprare il biglietto, cioè senza nemmeno darsi la pena di farsi conoscere nel mondo da cui pretenderebbe riconoscimento ed onore? Le cose che tu dici sono utili, ma non necessarie per il successo commerciale; sicuramente non sufficienti. Per essere più chiara dovrei fare degli esempi concreti, ma come ben comprenderai, non in luogo pubblico.

  14. ho appena assistituto ad un´esposizione dei lavori di Eggleston a Rio de Janeiro, con le foto originali in dye transfer: fantastiche e emozionanti. C´era anche il famoso triciclo…

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