L’acquarellista

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Mi è capitato recentemente di vedere alcune opere del noto pittore di origini bosniache Safet Zec. Tra queste un grande quadro, anche a distanza di giorni, continuava a tormentarmi la memoria: dove l’avevo già visto? Cosa mi ricordava? L’opera ritrae un’acquarellista in un interno spoglio, povero. I toni sono quasi uniformi, con prevalenza di grigi e tinte scure scelti per contrastare l’altrettanto povera, ma variopinta, scatola di colori ad acqua che l’artista tiene delicatamente, con amore, tra le mani. La composizione accentra l’interesse sull’espressione carica di modestia, ma serena, del viso del soggetto e su quella scatola di colori che sembra essere la sua unica ricchezza.

No, non era il ricordo di un quadro a vagare per la mia mente, ma una vecchia fotografia in bianco e nero! Una famosa immagine di Robert Doisneau intitolata “Maurice Duval, il pittore straccivendolo, rue Visconti 5, 1948”. Il quadro di Safet Zec non è che una reinterpretazione a colori, piuttosto fedele all’originale, dell’immagine del grande fotografo francese. Ma chi era Maurice Duval? Era, appunto, uno straccivendolo, un rigattiere, che la mattina si alzava presto, quando Parigi era ancora addormentata, e rovistava nei bidoni della spazzatura in rue des Beaux-Arts, per trovare non solo il suo sostentamento, ma anche  materiale per la sua arte. Recuperava i fogli di carta scartati dagli studenti . Li lavava nella Senna e li riusava per dipingerci sopra i suoi acquerelli. Acquerelli che spesso tornava a lavare per dipingerne altri. Non si sa altro di Maurice Duval.

Scrive Safet Zec: ”il mio incontro con questo capolavoro di Doisneau e dell’arte della fotografia è avvenuto in occasione di una mostra alla galleria di Claude Bernard a Parigi, dedicata al fotografo. Questo toccante ritratto di un uomo, un rigattiere, i cui sogni d’artista sono irrealizzabili, è una grande creazione visiva, con una bella, ricca e luminosa atmosfera. Soprattutto la figura ed il volto di Duval che tiene la sua scatola di acquerelli così delicatamente, nello spazio modesto della sua abitazione, sono uno straordinario inno alla pittura e al pittore. Ciò mi ha spinto, realizzando una serie di studi, a provare ad allargare e in qualche modo “approfondire” questo capolavoro di Doisneau, nel quale, come in uno specchio, tutti noi pittori ci riconosciamo, avendo scelto quella “scatola di colori” come nostro destino, come mezzo in cui diamo senso alle nostre vite.” (Safet Zec – Il potere della pittura, Skira, Milano 2010 catalogo della mostra Museo Correr, 8 maggio – 18 luglio 2010).

Tutta la vicenda propone una interessante chiave di lettura: da un lato il fotografo che scatta un’immagine di grande impatto emotivo ed espressivo e dall’altro il pittore, Zec, che ne coglie la poesia e ne è talmente colpito da tentare di “allargare ed approfondire” quello che considera “uno straordinario inno alla pittura e al pittore”. La fotografia che rappresenta la pittura! Per Zec quest’immagine non è solo lo spunto di partenza per l’artista che, dipingendo il suo quadro, contribuirà ad arricchirlo di significati, ma il punto d’arrivo di una poetica alta e compiuta alla quale egli riconosce piena autonoma espressiva ancor prima di avventurarsi, con modestia, nella sua interpretazione. Il mio pensiero va istintivamente alla storia, non facile, talvolta conflittuale, del rapporto tra fotografia e pittura e, più in generale, col mondo dell’arte. Conflitti che, non di rado, hanno riguardato più i critici che gli artisti.

Franco Bovo

 

a corredo dell’articolo:

Robert Doisneau  “Maurice Duval, il pittore straccivendolo, rue Visconti 5, 1948”

Safet Zec  “L’acquarellista 2006”

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2 pensieri su “L’acquarellista

  1. un pittore, ripreso da un fotografo, che viene copiato da un altro pittore, che a sua volta viene fotografato…

    😉

    a parte gli scherzi, l’intricato rapporto fra pittura e fotografia è spesso più avvolgente di quanto si voglia in questi decenni…

  2. Giuseppe, mi hai fatto pensare alle parole scritte in prefazione da Claudio Marra nel suo libro, più volte citato in questo blog, “Fotografia e pittura del ‘900 (e oltre)”, edizione 2012:
    “…. si può parlare di fotografia in prospettiva estetica solo all’interno di una più generale cornice di arte. L’autarchia è proibita. L’autarchia è profondamente sbagliata. Ogni tentativo di ricostruire una storia autonoma della fotografia e di individuare una specificità artistica del mezzo, fuori da un serrato confronto con tutto il sistema dell’arte, può anche portare qualche contributo parziale, ma alla fine rimane una scelta miope e senza sbocchi.”

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