Vita e fotografia

La prima tappa del percorso di oggi è una breve lettera di Stephen Shore ad uno studente, riproposta dal blog di Sara Munari.

E’ talmente esplicita che credo non abbisogni di commenti.
Chi non si muove abitualmente fra editoria e gallerie  provi solo a sostituire la parola “mercato” con “forum”, “circolo fotografico”,  “concorso”, “blog”, “sito”, “mostra”, “gruppo facebook”,  eccetera.  Il senso del discorso rimane immutato, ma la lettera diventa ancora più sferzante, a seconda del proprio contesto di pubblicazione.

La seconda tappa è un articolo di Giovanna Gammarota, tratto da puntodisvista.
Se Shore, nello sua lettera,  batte il chiodo sull’autenticità tout court e indica il primo step per una fotografia con la F maiuscola, aprendo un ventaglio di possibilità,   Giovanna  si spinge più in là,  a cercare nella matassa del linguaggio fotografico una direzione.

E qui mi stacco – forse – dal senso generale dell’articolo, ne traggo spunto per una riflessione più personale.  Perché si parla di ansia, di domande sospese, di “come devo vivere”.  Di vedere ciò che una normale immagine non può mostrare, di senso che riconduce alla vita.

alexander_gardner

Il percorso artistico che dall’ autenticità approda allo spessore può sicuramente battere infinite strade,  ma la direzione scelta  non può non influire sulla profondità finale dell’opera,  sulla sua capacità di porre domande.
A fronte di tanti progetti – come definirli – di respiro circoscritto,  una ricerca fotografica indirizzata a temi esistenziali,  che lasci trapelare quanto più è nascosto o cerchiamo di nascondere  può sfociare in una fotografia veramente alta.  Anzi, che più alta non si può.
Non è un problema  di soggetto, è semmai questione di capacità e coerenza nel costruire un filo portante,  persino trasversale,   che trascenda  la quotidianità e rifletta per un istante il nostro porsi e interrogarsi sul breve taglio di luce che è la nostra vita.
Scartare  gli appesantimenti e l’effimero, il contingente che dura una mostra, un articolo o poco più,  per lasciare spazio al silenzio e al tempo,  dove può emergere il battito sordo dell’esistenza.  E allora anche la risposta alla domanda: “perché fotografare?”  prende forma,  rende viva e pulsante la nostra produzione,  inattaccabile – foss’anche una tappa intermedia –  dal rullo compressore del tempo  e dalla sensazione di averlo sprecato.
Buone letture.

Giuseppe Pagano

(fotografie di Elina Brotherus e di Alexander Gardner)

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