Sembra semplice… ma forse lo è

Un  fotoamatore pubblica sul web una foto che – ad un occhio un minimo allenato – appare un evidente fotomontaggio.  Lui nega, nega… si arrampica sui muri e poi scompare,  inghiottito da altri post: nuova giornata, nuovo argomento.

Un autore comincia a vendere  una  foto d’arte, tiratura 5 pezzi,  in gallerie e fiere:  è una bella foto,  e le cinque  in un paio di anni sono tutte vendute.  Ne stampa allora altre 5, in formato stavolta gigante, e le ripropone. A chi gli contesta l’operato, ribatte: “la tiratura s’intendeva per quel formato”.

Un bravo fotografo vince il WPP con una storia fotografica un po’ raccolta, un po’ ricostruita… ne esce un pasticcio colossale,  e  la giuria approfitta di una inesattezza sulla location per ritirare il premio e calmare (forse) le acque.

Pesi diversi, situazioni diverse.  Però c’è un filo conduttore, banale finché si vuole ma c’è,  che collega questi episodi.

Chi mi segue su queste pagine  avrà notato  la mia insistenza sul percorso che dall’autenticità porta allo spessore, ma forse oggi è il caso di ricordare un ingrediente base della ricetta: la correttezza.

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Il presupposto fondamentale è il patto di autenticità fra l’autore e l’osservatore.  Il fotogiornalista non può infrangerlo: deve  produrre coerentemente con quanto ha – esplicitamente o implicitamente – dichiarato, o non deve ingannare su quanto ha già fatto.

L’accelerazione di questi anni (possibilità di modificare le immagini,  condivisione immediata e concorrenza fa millemila fotografi, diffusione di mezzi fotografici popolari, crisi economica, fine di un certo tipo di lavoro e di committenza,  e chi più ne ha ne metta)  induce in tentazione, in un mondo dove sembra possa emergere solo chi la spara più grossa e più bella. Il resto non conta.

Non entro nel merito della vicenda di Troilo, probabilmente un po’  colpevole e molto vittima, insieme a tutti gli altri attori della vicenda. La querelle è ancora in corso.
Però credo che le voci autorevoli che hanno profetizzato in questi giorni la fine del genere fotogiornalismo si sbaglino.   Anzi, sono convinto che il desiderio di sincerità e di veridicità che sale dal pubblico avrà – dopo questi anni di ubriacatura – la meglio.  E ci sarà sempre la fila per partecipare al WPP.

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Non mi si replichi che ogni foto non è vera: lo so.  Ma se faccio (o presento) del fotogiornalismo e dichiaro di aver scattato una foto a Cincinnati e invece è Catanzaro, sono out.  Se partecipo al concorso naturalistico “animali in Lombardia” e porto un camoscio della Valle d’Aosta croppando il Cervino, sono out.

E non mi si accusi nemmeno di non essere al passo:  non rifiuto né il digitale né photoshop.  Per me si può benissimo incollare la Torre Eiffel sulla luna.

La correttezza non può essere racchiusa in un recinto colmo di regolette: quelle le lasciamo ai giudici del singolo premio,  che dovrebbero essere più chiari e coraggiosi sin dalle premesse.
La correttezza cui alludo è innanzitutto una questione morale. La stessa foto può essere pulitissima o una presa in giro a seconda del contesto di presentazione. E’ una  relazione fra il fotografo e l’osservatore, di per sé  complicatissima e dai risvolti assolutamente personali.  Un ping pong  che visualmente e concettualmente è basato spesso sull’ambiguità, sul non detto, sulle apparenze:  del resto il fascino della fotografia è questo.  Ma non sull’inganno che tradisce interessatamente le premesse autoriali.

Altrimenti da fotografi ci trasformiamo in meri venditori: di fuffa, di noi stessi, della nostra dignità. Per un like, un piatto di fagioli, una prima pagina.  O la va o la spacca?  Un volo veramente basso.

Courage.

(fotografie di Giorgio Lotti – l’alluvione a Firenze)

Giuseppe Pagano

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4 pensieri su “Sembra semplice… ma forse lo è

  1. Ho visto il lavoro di Troilo: è una storia con una connotazione artistica che reputo abbastanza lontana dal reportage. L’autore pone in evidenza alcune “scene” che secondo lui caratterizzano il luogo che vuole rappresentare. Ne esce un quadro piuttosto negativo, ed è proprio questo il motivo per cui – secondo il Corriere della Sera – il sindaco della città ha protestato e WPP ha indagato. Non mi sembra un caso di autenticità contro falsificazione, quanto piuttosto una esplorazione non lineare con profondi sondaggi verticali. In altre parole, Troilo ha esplorato ed individuato alcuni elementi che secondo lui caratterizzano la città, secondo la sua libera interpretazione artistica e certo adottando un approccio del tutto originale al reportage. Questi elementi sono stati apparentemente selezionati tra altri ed approfonditi fotograficamente, quasi attraverso metafore visuali, per le quali le didascalie sono assolutamente essenziali.
    Certo, Charleroi non ne esce bene, né considerando il titolo, né la sequenza delle combinazioni immagini/didascalie.
    E certo, se debbo, come ha fatto il sindaco, mettere in dubbio la credibilità di un lavoro piuttosto forte, la prima cose che esploro è se effettivamente tutte le immagini siano fatte a Charleroi. E qui emerge, in una seconda fase, la violazione di una delle regole del WPP.
    Come dicevo, non mi sembra tanto una questione di vero contro falso, ma piuttosto una questione di “interpretazione artistica” del reportage.
    Mah. Da quello che si legge, WPP ha scelto la via del politicamente corretto attraverso un escamotage legalistico.

  2. Grazie dell’intervento, Luca.
    E grazie della tua riflessiva, interessante analisi.
    Io ho solo preso spunto dal pasticcio che ha visto protagonista Troilo, dagli altri casi che ho menzionato e da un crescendo di mancanza di rispetto che mi attornia sempre di più e che mi soffoca, in campo fotografico e non, per sottolineare il valore ormai poco riconosciuto della correttezza.
    Non voglio entrare nel merito del lavoro di Troilo, anche se ovviamente mi sono fatto una opinione.
    Più modestamente rilevo una cosa: che se non avesse infilato una foto scattata altrove nella raccolta di Charleroi, oggi sarebbe ancora il vincitore, fotogiornalismo o story-telling che fosse, e per di più sulla cresta dell’onda.
    Ora invece appare sulla sua pagina Facebook con il viso coperto dalle mani, mentre ammette un “errore” che “ha pagato con l’esclusione”.
    Ciao!

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