Italia inside, il bicchiere mezzo pieno.

E’ di buon auspicio incamminarsi per andare a vedere una mostra fotografica in Piazza Duomo a Milano.  Questa povera fotografia,  poco riconosciuta, a volte bistrattata…  ogni tanto un’occasione degna,  una sede degna. Mentre entro un pochino l’ottimismo s’incrina:  spero che solo che questo Palazzo della Ragione non mi crolli addosso… confido sia solo un’impressione.  In questa prima parte della mostra, fino a giugno,  sono esposti una quarantina di fotografi italiani;  in piena estate seguiranno gli stranieri.

Scrivo subito cosa non è la mostra.

Non è una retrospettiva dei maggiori autori nazionali.  Ci sono delle esclusioni più che eccellenti (e questo ha alimentato qualche bla bla  sul web ancor prima dell’apertura).  Ma evidentemente l’intento non era stendere una compilation esaustiva, quanto – come è scritto – testimoniare l’evoluzione del linguaggio fotografico italiano contemporaneo.  Il che ha comportato l’inclusione di autori affermati ma senz’altro meno “storici”.

Non è nemmeno una presentazione del meglio di questi autori: perché se da una parte alcuni sono rappresentati dalla loro produzione più famosa e riconoscibile,  altri sono presenti con opere più… laterali.

Non mi sento di giudicare queste scelte. Innanzitutto perché – banalmente – gli spazi sono quelli che sono, e non si può accontentare tutto il pianeta;  poi, godere di opere consolidate alternando scoperte di fotografie misconosciute credo sia comunque interessante e stimolante;  e infine, perché… ritengo che anche il visitatore abbia, in primis, un compito: quello di lasciarsi andare, seguire il percorso  del curatore, centrare  la sua lunghezza d’onda e rimanere sintonizzato. E farsi portare, in questa mostra, è abbastanza agevole.  L’elemento preponderante è il nero, un buio completo e avvolgente: le fotografie sono racchiuse in rientranze a forma di vagoni, collegati fra di loro come un trenino,  che ben consentono di “staccare” fra un autore e l’altro evitando commistioni;  lo sfruttamento dello spazio  è  ottimale, consente di isolarsi davanti al proprio autore senza essere disturbati dal resto del pubblico.  L’impressione è quella di un dedalo oscuro, dove poter soffermare l’attenzione di volta in volta con calma,  senza che l’occhio possa distrarsi e sbirciare più avanti. Veramente confortevole. I vetri davanti alle fotografie sono buoni, e l’illuminazione anche: e non è così scontato, ahimè.  Un altro punto a favore.

Sugli autori esposti e sul mix vecchio/nuovo non mi esprimo più di tanto: ognuno ha le sue preferenze.  Ci sono alcuni Giacomelli da urlo, come quello che ho inserito in apertura,  ma per il resto vi linko la lista.     L’affluenza è quella di una mostra fotografica, e detto questo detto tutto. Ma voglio vedere  anche qui il bicchiere mezzo pieno, e godo quindi di una visita meditata, senza dover attendere, senza dover sgomitare.

guidiok
Ormai so  approfittare del fascino un po’ discreto della fotografia, e rimango incantato davanti alle stampe a contatto di Guido Guidi, un muro di Barlassina che accoglie un fiotto di luce leggera con un po’ di neve sporca. Qui il tempo si è fermato e mi interroga silenzioso,  mentre fuori il sabato soleggiato accoglie in Piazza del Duomo un vero termitaio di voci e di selfie.
Va bene così.
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7 pensieri su “Italia inside, il bicchiere mezzo pieno.

  1. grazie della segnalazione Giuseppe.
    A proposito delle opere minori, o laterali per usare il tuo termine gentile, ripenso al B-side di molti “45 giri” che han fatto la storia del pop o ai provini a contatto di alcuni Autori e sono convinto che siano preziosissime per due motivi: liberarci dalla “gabbia iconografica” dei pochi scatti dell’autore sempre riproposti all’infinito e raccontarci di più della genuinità delle loro intenzioni, oltre il mito.

    • e allora… viva la “lateralità”. 🙂
      Che poi, spesso, ha poco da invidiare alle opere maggiori.
      Purtroppo i libri prima e il web adesso hanno la piccola controindicazione di far girare sempre le stesse fotografie, e per trovare altro bisogna un po’ scavare…

  2. per evadere da una gabbia, appunto. poche foto che diventano icone e quasi un “brand”, al pari di locuzioni (pensa al “momento decisivo”) che sembrano invece uno slogan quando non un mantra.
    Non sto contestando il primato delle opere maggiori di un autore ovviamente, ed è una cosa che vale in tutte le arti, ma soprattutto nella fotografia con i suoi gesti ripetibili il filo logico e come il fotografo ha declinato le sue intenzioni merita attenzione.

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