Sul valico

Ecco l’ultimo pensiero di Efrem Raimondi sul suo blog: Notte.  Da leggere prima di proseguire…

Sono appena tornato da qualche giorno di riposo in montagna.  Alla sera, non avendo voglia di cose impegnative,  ho cominciato a sfogliare le pagine tecniche di un forum fotografico.  Succede,  un po’ come quando si è dal dentista  e per fortuna c’è una rivista con la prova dell’ultima Ferrari.  Massì.

E poi, devo riconoscerlo: prima o poi la macchina fotografica si romperà, e in ogni caso non si può spezzare completamente il filo con il mondo della tecnica e delle sue novità.  Un minimo di aggiornamento ogni tanto fa bene… basta lasciarlo sullo sfondo, non confondendo il mezzo con lo scopo.

Ma torniamo al forum: ebbene, tanti ad accapigliarsi sulle possibilità quasi notturne e sulle gamme dinamiche dei nuovi sensori sul mercato. Una competizione fra marche e modelli verso un’unica direzione: l’ampliamento.  Vedere di più (anche al buio), e contemporaneamente (gamma dinamica).

Quello su cui voglio riflettere stasera però esula dai confronti tecnici.  Perché tutte le diavolerie di cui sopra  sono legate indissolubilmente ad un problema concettuale: il rispetto dei confini.

Nella rincorsa alla super prestazione c’è il rischio di un’induzione:  intendere l’ampliamento della gamma, la lettura delle ombre, il loro recupero, le possibilità quasi notturne, quali valori aggiunti delle fotografie, sempre e comunque.

Per anni abbiamo inseguito – fotograficamente – le possibilità dell’occhio umano.  Nitidezza, naturalezza… e dove non ci arrivava la macchina, ci si ingegnava (ma ancora adesso) a latere:  tecniche in camera oscura,  hdr ed escamotages digitali simili.
Ora si prospetta un arrivo in vetta anche per i click puri e semplici…… e una discesa sull’altro versante: il fotografare quello che l’uomo non vede, o non vede contemporaneamente.

Una salita e una discesa irte di trappole. Ma  la discesa è anche peggio.

Il punto è che il nostro occhio ha dei confini.  E il mezzo fotografico i suoi.

E’ necessario quindi discernimento. Dobbiamo decidere quando tendere a ricalcare  i primi, e quando invece giocare con i secondi,  indipendentemente dal fatto che siano  limiti o estensioni rispetto al nostro occhio.

Sono conscio di quanto banale possa apparire questo ragionamento, ma le applicazioni pratiche, che vedono millemila foto quotidiane e perfino appese oltrepassare i confini con disinvoltura,  giustificano comunque il pensiero.

Perché se madre natura ci fa vedere buio il sottobosco in primo piano ed evanescente lo sfondo, un motivo ci sarà.  E non è illuminando a giorno le radici e vivacizzando l’erba a tre chilometri di distanza (oggi con l’hdr, domani – speriamo di no – con un click standard)  che miglioreremo la foto.  Al 99%  verrà un pastrocchio, in contraddizione con l’implicito senso dell’immagine.  All’1% sarà una genialata, o perfino arte… ma  con alla base un motivo, non una tecnica.

Questo post è dedicato a chi inizia, ma – mi si perdoni – anche a chi è più in là.  Fra le sirene di un vediamo tutto molto “fotoamatoriale”  e le seduzioni  più “in” del tiriamo su due diaframmi secondo il trend del momento non saprei cosa  non-scegliere.

Guardiamo le foto dell’articolo di Efrem, e che la notte – quando è il caso – resti con noi.

Giuseppe Pagano

 

 

 

 

 

 

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