Gianfranco Ferroni Fotografo

 

In un recente pensiero, QUESTO, si ritorna sul tema che dilania la fotografia  ovvero la presenza artistica, con tutte le varianti personali e soggettive che comporta. E’ un ottimo, anzi gigante gancio che scende dal soffitto nella stanza dove sto scrivendo, per proseguire in queste righe e portare non l’Arte nella Fotografia o viceversa, ma bisbigliare all’orecchio di chi legge in merito alla possibile ( e rara ) sovrapposizione delle due.

Gianfranco Ferroni è livornese, classe 1927, 22 febbraio per la precisione. Vita  segnata fin da giovanissimo, una dura infanzia la sua : “Durante la guerra i tedeschi mi presero due o tre volte e mi costrinsero a scavare tra le macerie dopo i bombardamenti. Sono stato così a contatto con i morti, con la carne dilaniata; è un trauma che, vissuto a quell’età, non mi ha lasciato più per tutta la vita”.

Nel 1944 conosce Carlo Carrà, nel giovane Ferroni la passione per la pittura è grande, la guerra porta continui sgomberi e sfollamenti, non riprenderà gli studi al liceo, la strada tracciata verso l’arte, la sua formazione da autodidatta, nessuna Accademia e nessun maestro.

Autoritratto, 1981, fotografia.

Premi, riconoscimenti, uno dei maggiori esponenti dell’arte contemporanea non solo italiana, uno dei più grandi incisori di sempre.

Nello studio, 1979, litografia su pietra.

Dal 1972 fino alla morte sopraggiunta nel 2001, Ferroni dedica tutta la sua arte all’interno di una stanza, anche un solo muro, qualche particolare come una presa elettrica oppure un interruttore, autoritratti, oggetti, un letto.

Un linguaggio tanto minimalista quanto efficace, opere che esprimono attesa di un improbabile ed improvviso accadimento, un miracolo, una grande ed inaspettata manifestazione, il tutto in un silenzio assordante.

La stanza vuota, 1976, olio su tela.

Opere di una precisione maniacale tanto che lo stesso Ferroni dice: ” Il mio perfezionismo è un fatto istintivo, un bisogno di ordine nel caos del nulla. Credo che anche laddove non c’è nessuna possibilità di organizzazione della vita, ci sia sempre un ordine che è al di là delle nostre capacità di conoscenza , un ordine cosmico; quest’ordine io rivivo microscopicamente, nel linguaggio del mio fare, nell’organizzare la materia ed il segno. In questo io arrivo addirittura alla follia di voler spiegare puntino per puntino, microcosmo per microcosmo, persino la polvere che è importante quanto un universo “.

Mi colpisce in particolare l’accenno iniziale al perfezionismo.

Autoritratto

C’è perfezionismo nella fotografia? Il minuscolo è voluto, laddove intendo per fotografia un passaggio puramente tecnico, ovvero, ad esempio, il vizio di tantissimi e moderni amanti dello scatto, con pollici ed indici che danzano sull’iPad ingrandendo alla ricerca del pixel perfetto e solo allora lieti si addormentano, fieri del nuovo acquisto. Ma non solo loro; plasticità, tridimensionalità, sfuocato, quelli del diaframma tutto aperto, famolo strano in camera oscura con diversi bagni, per più dettaglio, più grigi, neri più profondi.. e mi ci metto anch’io.

Tutto giusto e doveroso, ci mancherebbe altro, saremmo ancora ai dagherrotipi, tempi di esposizione crudeli. Ed i tempi di esposizione di Gianfranco Ferroni?

Autoritratto, 1987. Fotografia.

Trovo che le atmosfere di Ferroni siano le stesse, con l’Hasselblad ad un trentesimo di secondo, oppure un’incisione, con diversi mesi di lavoro; puntasecca, olio su tela o tecnica mista non fanno differenza alcuna.

Nella stanza, tecnica mista.

Per quasi trent’anni Ferroni in una stanza del suo studio, cerca un senso in se stesso, in un tappo di biro sul pavimento, uno strofinaccio sul lavandino ma anche in un granello di polvere che, come lui dice, è importante quanto l’universo. A volte, anzi, in diversi suoi capolavori, è come se stesse per accadere un fenomeno che possa spiegare ogni cosa e tutto questo è semplicemente fantastico.

Autoritratto, incisione.

 

Delle sue opere mi colpisce la visione fotografica, affatto intesa come riproduzione, copia del reale, ma come creazione del non reale ( della non realtà Fotografica se ne è parlato QUI ).

Ho aggiunto, volutamente, molte opere non fotografiche ma non fa differenza, anzi, credo che permettano qualche spunto di riflessione in più:

Fotografia, Arte, miriade di scatti postati ogni secondo, selfie, visioni fotografiche, istanti immortalati e tempi sospesi.

Chiudo il pensierino con un inciso di Nadar: ” C’è una cosa che la fotografia deve contenere, l’umanità del momento”.

Una raccolta di autoritratti nelle più svariate tecniche ( compresa quella fotografica ), la trovate QUI, ma potete ammirare i suoi capolavori agli Uffizi, QUI.

Inoltre QUI un pensiero Ferroniano, acuto, nel quale ritorna il fattore tempo ( sospeso ).

 

In copertina: Autoritratto, fotografia.

 

Buoni PensieriFotografici

 

Ottavio Colosio

 

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