Le mode di plastica

1. qualche settimana fa mi capita di leggere una richiesta di aiuto, un bravo cristiano che desiderava il ritocco di una fotografia dietro eventuale compenso.
Era una foto ricordo, due bimbi allegri su un prato, due bei sorrisi. Un jpeg dall’aria dimessa, luce mediocre, taglio anonimo, sguardi altrove e questo per dire che insomma non pareva avere nulla di unico e irripetibile se non la dignità della riproduzione di un momento di vita e quella non si nega a nessuno.
Dietro ai bimbi sullo sfondo quella che sembrava la recinzione di un giardino, e un tubo di irrigazione, e la richiesta era di poter far sparire il tubo, ed è un desiderio legittimo. Punto.

Il fatto è che io legittimamente mi chiedevo dove fosse l’irripetibilità che portasse a desiderare fortissimamente questa toppa.
Ma poi e soprattutto mettiamo che l’immagine mostrasse questo gran momento unico (il “decisivo” lo lasciamo al gatto):  quale era il problema con quel tubo?
I motivi per cui stava lì erano essenzialmente due: il primo – presunto – per aiutare a tenere rigoglioso quel prato, e il secondo – certo – come memento perchè il fotografo la prossima volta ci prestasse più attenzione.

Comunque stiano le cose la domanda conclusiva è: qual era il peccato originale di quel tubo per essere condannato al marchio d’infamia di “elemento di disturbo”, in una vita e in un paesaggio in cui ci sono ANCHE i tubi e se è per questo pure i pali, che a molti stan pure simpatici?  (a Friedlander, molto prima che a certi osservatori nostrani).
Per non essere travisato: un tubo in un ritratto che non sia di un giardiniere o di un suonatore di tuba è anche ragionevole che non c’entri un tubo, ma allora impariamo a vedere prima perbacco.
Però… però che bello sarebbe se riuscissimo a farci ammaliare dal visivo di un tubo senza condannarlo a morte a prescindere e in ossequio alla moda della fotina linda.

2. giorni fa trovo sul web l`ennesima pubblicità per un software che promette miracoli di fotoritocco e risultati professionali, e lo promette mostrando questo:

fotoritocco

Non ho mica voglia di tirar su questioni sociologiche sui modelli estetici, i canotti, le adolescenti sviate dalla retta via, la bellezza e pim pum pam… dico solo che io qui a sinistra vedo una fotografia che mi pone davanti a uno sguardo diretto e mi fa osservare il bel viso di una giovane donna (ex-bisturi), e a destra una immagine di plastica a uso pubblicitario di un qualcosa, perchè così va di moda.
Ora, capisco gli intenti del marketing… ma il ricevente, che scopo insegue?
Plastificare i segni del reale perchè? Per seguire la moda come unico viatico per ottenere consensi e i like del mainstream?

Chiamiamo di nuovo in causa il buon Smargiassi con questo suo intervento che fa un bel quadro.
I commenti a quell’articolo puntano alla liceità o meno del fotoritocco che é in verità un aspetto che NON ci interessa perchè in queste righe NON stiamo muovendo una critica a photoshop a prescindere: Gursky o Crewdson ne mettono svariate di toppe e nessuno contesta loro i motivi comprendendo la linea di pensiero e il fine (nessuno salvo gli amatori paesaggisti sul tipo che “la natura è bella” e “questo so farlo anch`io”).
Il pensiero sotteso, quello che invece manca nelle infinite croste patinate da ‘inizio del XXI secolo’ (cit.) che continuano a prodursi per il solo beneficio del business plan delle software house e dei produttori di hardware.

Chiudo con un alcune considerazioni a firma dell’ottimo Andrea Calabresi, a pag. 66 di questo e-zine: http://issuu.com/yetmagazine/docs/yet_issue_5_april14
(edit: Tra i commenti qui il link alla versione italiana)
Vi invito caldamente alla lettura: C. ci aiuta a ragionare un po’ sul concetto dell’opacità, su quante volte caschiamo nel tranello di “personalizzazione spinta” delle nostre fotografie tanto in ripresa – secondo chissà quale delirio di soggettività – quanto in postproduzione, legati a doppio filo alle abitudini, ai luoghi comuni e alle mode da forum, alle promesse dei guru di photoshop e delle pubblicità sul nuovo sensore che i miracoli del prossimo spazzeranno via… e un altro hard disk se ne andrà in soffitta assieme ai suoi backup, col loro mucchio di foto di plastica, e senza rimpianti.
Una buona lettura alla ricerca di un equilibrio cosciente.

per oggi basta, e buone vacanze!

Alberto Baffa

in copertina: Rhein II, di Andreas Gursky

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10 pensieri su “Le mode di plastica

  1. Caro Alberto grazie per la citazione.

    Anni fa osservai una scenetta, con due giovani che provavano abiti e accessori e facevano le smorfiose. Carine e simpatiche, almeno finché una di loro disse “who i do look like?” Mi gelò. Perché mai volevano assomigliare a qualcun’altra?
    Più che l’idealizzazione dell’immagine (le foto buone sono da sempre idealizzate, ovvero rispondono più all’idea che all’oggetto) il problema a me pare la non accettazione della propria identità.
    In fotografia è una cosa che vediamo da sempre, fingersi qualcun altro e soprattutto di un altro status è il tema di infinite immagini sin dagli albori della fotografia. La differenza è che ora tutti i giorni vediamo la cosa estremizzata al parossismo sui social network.
    Forse delle normalissime semplicissime foto ricordo senza pretese sono più oneste, eppure ho l’impressione che non saranno mai tanto amate quanto le foto fintissime che vanno di moda. Mi pare che l’importante sia mostrare, possibilmente quel che non si è. Capisco che ricordare vite da dimenticare forse non è neanche bello.

    Spero che il terribile tubo sia stato cancellato e al poverino sia stata data la sua onesta foto ricordo.

    Chi non sappia bene l’inglese può trovare la traduzione del mio articolo citato a questo link: http://www.corsifotoanalogica.it/wp/2014/06/strumenti-semplici

  2. Andrea é un piacere leggerti e hai fatto benissimo a darci il link in italiano a quelle tue considerazioni, lo inserisco volentieri.

    L’idealizzazione della propria immagine si allarga all’idealizzazione di quanto si fotografa. Il problema è che questo si vede esercitarlo non con un atto di pensiero da incardinare nel fotogramma ma come una serie di azioni abitudinarie di imbellettamento… Ne ha fatti di danni Margulis.

    Grazie di essere passato a trovarci.

  3. Bello.
    Ho avuto la possibilità di documentarmi sul processo seguito da Gursky, che assegna alla postproduzione un ruolo assolutamente chiave. Il punto secondo me riguarda il senso. A Gursky il tubo nel giardino non sarebbe sfuggito, le sue composizioni sono accuratamente studiate e programmate, con decine di immagini di prova. Se poi si trova un edificio industriale nell’inquadratura e per “Der Rhein II” lo toglie. E se vuole rappresentare lo spogliatoio di una miniera inserendo schemi visivi omogenei fa un uso sofisticatissimo del “timbro clone”.
    Tutto questo ha un senso, sia diretto per la produzione di una fotografia, sia indiretto, essendo il punto di arrivo di un processo articolato e complesso.
    Il problema del bravo cristiano che vuole togliere il tubo è che ha dedicato alla composizione, ed al risultato, non più della frazione di secondo necessaria ad azionare l’otturatore.
    Il problema di chi usa il software per spianare le rughe o togliere i foruncoli è lo stesso. Intanto facciamo la fotografia, la guardiamo, notiamo solo all’ora i segni dell’umana imperfezione e allora interveniamo, il più delle con un risultato plastificato.
    In entrambi i casi non è visibile una fase preliminare alla produzione di una fotografia. Tutto viene fatto dopo, davanti ad uno schermo, spesso utilizzando, come dici, procedimenti standardizzati.
    Pensarci prima di fare la fotografia è molto più faticoso ed impegnativo.
    Nulla contro la postproduzione, ma magari inserita nel ragionamento complessivo che porta ad una immagine?

  4. Pingback: Le mode di plastica, cento anni fa | pensierifotografici

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