Di persona

Ci si chiede, in questo articolo su Artribune, se vale la pena andare a vedere “dal vivo” una mostra.

Perché magari le immagini circolano già in rete, perché anche sul posto si può restare vittima di condizionamenti e che altro.
Insomma, ci si chiede se la visita di un’esposizione non si riduca ad un sorta di “certificazione”  della propria presenza, della propria acquisizione.

Presumo di comprendere il senso dell’intervento, teso a focalizzare un aspetto marginale, su cui  riflettere un attimo.
Si possono in effetti verificare delle condizioni limite (cattiva usufruibilità delle opere esposte per l’illuminazione,  per i filtri di protezione, per la ressa, per l’allestimento non adatto)  che ci possono portare allo sfogo sconsolato “era meglio se restavo a casa”.
Così come un percorso virtuale sulla rete, se compiuto su un signor monitor e se arricchito da interessanti commenti,  può segnarci  più profondamente di una visita reale ma superficiale.
Per non parlare di un’ eventuale atteggiamento incrinato nella sua essenza, che ci porti a presenziare ad un evento solo per poterci attaccare sulla fronte (o su facebook) il bollino… “io c’ero”.

Tutto questo, ripeto, ai margini.

Perché  è innegabile che l’opera debba in primis essere esaminata nella forma e nel contesto pensato dall’autore.
Restando sulla fotografia,  come valutare una gigantografia altrimenti riprodotta  in pochi centimetri?   Come cogliere la matericità di una carta che non si limita ad impreziosire  l’immagine ma ne diventa parte costituente?  Come apprezzare l’impianto di passepartout e cornice, che costituisce comunque parte della presentazione e ne enfatizza il significato?

Si sono spesi fiumi di parole per dimostrare come il contesto espositivo possa addirittura determinare o modificare  l’indirizzo dell’opera.

E allora, possiamo considerare una mostra come un unicum,  un’occasione in cui il potenziale  dell’autore, la selezione delle sue opere e le modalità di esposizione si intreccino e sfocino in una esperienza silenziosa, impalpabile e irripetibile.
“Sì, io c’ero”.  Ho fatto parte – quale anello finale – di una catena creativa magari lunghissima e faticosa,  che ha trovato compimento quel giorno, in quel luogo.  Dove ho potuto avvicinarmi per godere del fine particolare ma anche allontanarmi per una visione più equilibrata, dove ho potuto cogliere con la coda dell’occhio anche un insieme di più opere, dove non ho dovuto compensare nella mente i mille filtri che una riproduzione a monitor  necessariamente comporta: “questo è quanto”, finalmente, e io lo vedo.

Evitando la pochezza di un video,  una scansione non perfetta,  e magari il rumore della lavatrice che parte in centrifuga nell’altra stanza.  Perché i disturbi non ci sono solo in galleria, eh.

Buone mostre.

Giuseppe Pagano

(foto tratta da polkagalerie.com)

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3 pensieri su “Di persona

  1. Allestire una mostra è una delle cose più difficili in assoluto, credo. E’ un compromesso in genere, almeno se non riguardano nomi “assoluti” dove tutto ruota attorno alle loro opere.

  2. Allestire una mostra è una delle cose, credo, più difficili in assoluto. In genere ne esce un compromesso, almeno se non riguarda nomi “assoluti” dove tutto ruota attorno alle loro opere. Il difficlile è creare un luogo adato per l’osservatore ch edovrebbe avere lo spazio e il tempo per fermarsi e relazionarsi con l’opera. Normalmente invece si è travolti da foto monumentali sparate in faccia ed è come salire in un solaio traboccante di quadri sparsi alla rinfusa: un caos. L’ideale? una stanza dedicata all’opera selezionata di un autore e qualche divanetto al centro per potersi concentrare.

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