Le mode di plastica, cento anni fa

“Come in ogni attività artigianale, varie erano le operazioni, prima di arrivare al prodotto finito, all’immagine che sarebbe stata presentata al cliente.
Così, tra i lavori che si succedevano con ritmo regolare, il più incomprensibile, strano e che ritenevo noioso (e tale doveva sembrare anche a mio padre) era il ritocco. Davanti alla finestra del laboratorio stava un attrezzo poco appariscente, di legno, che sembrava uscito dalle mani di un falegname che si fosse divertito a costruire un bizzarro giocattolo, un marchingegno destinato a chi sa chi, e non si sa per quale scopo.
Questo arnese altro non era che un leggio da ritocco, dunque costruito proprio come un leggio, cioè formato da un’asse inclinata, però con un’apertura a forma rettangolare che conteneva un vetro smerigliato.
Sul piano orizzontale stava invece uno specchio che rifletteva la luce proveniente dalla finestra.
Quando si sedeva a questo leggio, mio padre prendeva matite appuntite, pennelli finissimi.
Sul vetro smerigliato poneva la negativa, sulla quale, dove era necessario, passava uno strato di soluzione che mandava profumo di resina e di trementina.
Serviva per fissare i minutissimi segni della matita.
Poi si metteva sul capo un panno nero, come se si apprestasse ad officiare un rito.
In realtà doveva leggere, scrutare i volti dei suoi clienti, sulle negative, aguzzando gli occhi come il “vecchio sartore” dantesco. L’operazione del ritocco sembrava necessaria, per eliminare i difetti, veri o presunti, sulle sembianze maschili o femminili perché tutti dovevano apparire senza rughe, senza le borse sotto gli occhi, senza verruche, lisciati, e perché no, ringiovaniti, come se il tempo non avesse lasciato tracce visibili. Ritoccare era un’operazione di cosmesi praticato non sul soggetto, ma sulla sua immagine: un tentativo di annullare le piccole o grandi devastazioni portate dagli anni.
Non occorre aggiungere che il dedicarsi a queste metamorfosi faustiane del prossimo fosse, per mio padre, poco gratificante oltre che motivo di fortissimi dubbi circa la necessità di procedere a tali interventi, e la sua deontologia professionale su quel punto entrava in crisi, dato che, se da una parte doveva soddisfare le richieste dei suoi clienti, d’altra parte riteneva ormai superate quelle artificiose correzioni del volto umano”.

Così Amleto Pedroli, nel volume Un mondo in bianco e nero, 1998, descrive l’attività del ritocco che si svolgeva nello studio fotografico del padre Gino. Tra il 1912 e il 1913 Gino Pedroli era ancora un ragazzo, essendo nato nel 1898, e ogni lunedì mattina andava a piedi da Mendrisio a Varese (sono 17km, circa quattro ore di cammino) per  imparare il mestiere dal fotografo Enrico Malinverno; tornava a casa, sempre a piedi, il venerdì sera. All’inizio degli anni ’20 Pedroli aprì il proprio studio fotografico a Mendrisio dedicandosi principalmente alla ritrattistica su commissione, per la quale impiegava le macchine di grande formato che erano in uso a quei tempi. Le immagini che gli davanno maggiore soddisfazione, e per le quali è ricordato, sono però quelle che realizzava per sé, con la piccola Leica, documentando gli ultimi decenni in cui il mondo contadino del Mendrisiotto era ancora come era sempre stato e cogliendo i primi segnali della modernità imminente.

Ecco alcuni esempi delle metamorfosi faustiane di cui parla Pedroli. Dall’archivio professionale di Enrico Malinverno, che ben conosceva la tecnica del ritocco e dal quale Pedroli l’aveva appresa, emergono ufficiali in alta uniforme con visi candidi, la pelle lisciata ed un aspetto signorile; un elegante prelato, anche lui con un viso innaturalmente giovane, appoggiato ad una seggiola ricostruita con un tratto che ricorda un’incisione. Perdonerete le foto fatte con un iPhone che non rendono giustizia alle immagini originali; cliccando sulle immagini ne potete vedere la versione a piena risoluzione.

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É probabile che Malinverno avesse studiato incisione ed é nota la contiguità tra le due tecniche nei decenni della prima diffusione della fotografia. Nei tempi in cui gli incisori si riciclavano come fotografi, doveva parere naturale l’idea di intervenire con pennelli e matite sulle lastre per migliorare o correggere, dato che questo tipo di ritratto fotografico doveva assolvere le stesse funzioni di rappresentazione e celebrazione dello status sociale che in precedenza assolvevano, a seconda delle disponibilità economiche, la pittura, la miniatura e l’incisione e che le dimensioni delle lastre fotografiche rendevano relativamente agevole l’intervento manuale.

Anche cent’anni fa c’era chi preferiva fornire rappresentazioni che esaltassero determinate caratteristiche di distinzione e chi invece contrapponeva il desiderio di aderenza al reale, con un approccio teso alla documentazione più vicino al fotogiornalismo; chi voleva fermarsi a quello che registra la fotocamera e chi invece andava oltre, intervenendo sull’immagine a mano, ma in un modo che risultasse il più possibile dissimulato e verosimile. Alberto domanda perché, sottintendendo che, in campo amatoriale, oggi moltissimi intervengono sulle immagini in maniera inconsapevole e stereotipata, dando per scontato che sia così che si deve fare.

Maurizio Ferraris, citando Ernst Jünger, ricorda che la tecnica, come in un corteo, porta continuamente alla ribalta una moltitudine di cose antichissime, e Photoshop non fa eccezione. Una volta riservata solo ai sovrani e all’aristocrazia, oggi la possibilità di immortalare e nobilitare sé stessi e la propria visione del mondo é davvero alla portata di chiunque, e non stupisce che moltissimi ne approfittino con anche troppo entusiasmo. Queste modalità di rappresentazione, basate sulla soppressione o alterazione di caratteristiche o dettagli ritenuti fuori luogo o non buoni abbastanza, rivelano ciò che siamo e ciò che vogliamo sembrare. Lo si fa perché l’idea di dare di sé stessi, direttamente o indirettamente, una rappresentazione migliore è irresistibile e l’enorme diffusione delle immagini ritoccate prova quanto profonde siano le corde che la possibilità di manipolare le immagini tocca.

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5 pensieri su “Le mode di plastica, cento anni fa

  1. Grazie, Lorenza, un quadro affascinante.

    E mi soffermo, partendo dalle tue riflessioni, su una trappolina celata su blog, forum, facebook. Spesso leggiamo, a difesa di accorgimenti digitali, “anche Adams faceva così, semplicemente usava la camera oscura anziché la chiara”; oppure “tutto questo era già possibile anche con l’analogico”.
    Ok.
    l’importante, però, è non considerare automaticamente “lecito” qualunque operato del secolo scorso, individuando aree di manipolazione nelle quali far rientrare, sdoganandole, anche le photoshoppate odierne.

    Forse non tutti sanno che il dibattito sull’opportunità delle modifiche all’immagine prima della presentazione finale infuriava già anche allora, e pure con toni accesi: ovviamente non nei volumi e con la risonanza dello tsunami digitale/web.

    La storia si ripete, e cosa rimane? La ricerca di un senso, e la coerenza nel suo sviluppo. Al di là delle tecniche e dei secoli.

    Chissà, forse anche il primo uomo che ha premuto la mano impiastricciata sulla parete della caverna ha cercato con un bastoncino di sistemarne la traccia. E magari qualcuno lo ha fermato: “lasciala così”. 🙂

    Ciao!

  2. validi spunti, quelli di Palmisano nell’intervista di Liliana.

    Un volo d’uccello sui dilemmi cari alle agorà virtuali di appassionati – quanto sia “vero” un RAW, quanto sia reale un contenuto, lecito un fotoritocco, dignitoso quello digitale rispetto a quello analogico, contestualizzati PERO’ in un preciso ambito fotogiornalistico e commerciale.

    Si ripropone con ciò l’inghippo di cui scrivevo qui qualche settimana fa a proposito della fotoamatorialità che non persegue un obiettivo ma insegue una moda, a prescindere dal fine:

    – la consapevolezza delle capacità di un software (talvolta mitizzate) che anestetizza la visione critica preventiva;
    – il ragionevole assunto (la necessità di una padronanza in camera chiara) che diventa dogma (il valore che verrà riconosciuto a questa foto è proporzionale alle ore che ci avrò messo per levigarla al computer);
    – l’assuefazione (al marketing) che diventa riproposizione bovina di quegli stilemi.

    Grazie da parte mia a Liliana per questo contributo.

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