Giocare di rimessa

Se fossi lì, se abitassi là, se potessi andare almeno un mese laggiù…
Chiudiamo gli occhi e vediamo un idrovolante planare su uno specchio d’acqua dell’Alaska, tra boschi scuri e cime innevate. Li riapriamo ed ecco il sole a picco di un’afosa estate invadere la periferia della nostra città, fra un cestino dei rifiuti stracolmo e una crepa nell’asfalto.
Allora ci sforziamo di ragionare: è inutile sognare romantici idilli,  pensiamo a qualcosa di spessore.
Ma non va diversamente: chissà perché ogni idea, anche la più sofisticata, sembra trovi applicazione solo altrove, nel tempo e nello spazio, oltre la nostra portata.

Che meravigliosi progetti fotografici realizzeremmo…  ma – ahimè –  il destino ci ha confinati qui, non è colpa nostra.

Bando agli alibi.

Perché quando per sfamare la famiglia lavoriamo tutto il giorno a qualcosa che non ci piace, quando le finanze non ci consentono un’attrezzatura di prim’ordine, quando perfino la salute ci mette i bastoni fra le ruote, abbiamo una carta da calare sul tavolo della fotografia:

giocare di rimessa.

Può sembrare un escamotage verbale per regalarci un contentino, ma non è così. E’ una tattica, oserei dire uno stile di vita, poco appariscente ma  efficace. E’ guardare sornione cosa combinano gli altri assatanati, è restare all’ombra al bordo della savana aspettando che passi la preda giusta.

Giocare di rimessa è lavorare poco di reflex e più di testa. E’ scartare a priori un ventaglio di opzioni invitanti che sfocerebbero probabilmente nella mediocrità. E’ appoggiarci alle nostre  impossibilità, usarle come come sponde  per rimbalzare in avanti, dimenticando le tentazioni.  Come un effetto Venturi, sfruttando le ristrettezze per accelerare.

E’ lasciare che sofferenze e costrizioni ci  svelino più profonde misure di sensibilità, ignote alle pianificazioni. E’ dover rimanere chiusi in casa e scoprire quali sottili relazioni ci regala la luce del nord che filtra da una finestra.

E’ approfittare dei limiti di spazio: doversi fermare mentre gli altri corrono. E’ sfruttare  un raggio d’azione cortissimo per riflettere su quanto ci circonda, perché l’invisibile si cela ovunque. E’  osservare una rete nel parco giochi dietro casa, è sedersi in una chiesa abbandonata, è leggere le antiche usanze di una valle. E’ piantare il naso contro il vetro e chiedersi il senso di tutto quel movimento esterno, il senso della nostra esistenza.

E’ approfittare dei limiti di tempo: inserirsi nelle pieghe della vita, e scoprire in ritagli rubati cose che sfuggirebbero ad un progetto lungo e strutturato.  E’ anche usare tutto il tempo fotograficamente negato per comprimere le molle interiori, pronte ad estendersi.

E’ evitare gli ingranaggi, il dover assolvere un compito, il dover dimostrare a cadenza standard.  E’ attendere serenamente che il mix della nostra maturazione e del caso lasci emergere quanto è autentico.

E’ avere poche direzioni in cui volgere l’attenzione, evitando lo spaesamento improduttivo di chi può permettersi tutto il campo di gioco.

“Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re dello spazio infinito”
(William Shakespeare).

Chi gioca di rimessa a volte fa paura: perché va a incrinare alcuni luoghi comuni basati sulla negazione del talento, sulla celebrazione delle otto ore lavorative quotidiane.

I contropiedi sono spettacolari, sconcertano.   Addirittura disturbano.

Giocare di rimessa ci consente di trasformare i limiti in opportunità.

La foto di apertura è di Vivian Maier,  l’oggetto misterioso della fotografia di questi anni.  A suo modo, ha giocato di rimessa anche lei.

Giuseppe Pagano

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18 pensieri su “Giocare di rimessa

  1. Grazie Paolo, mi sei di conforto.
    So benissimo che il web ormai ci induce alla lettura veloce, e che i miei pensieri qui sopra possono persino apparire un’accozzaglia di frasi fatte…
    Anche se l’approccio che ho in qualche maniera tratteggiato è solo uno dei possibili, una cosa mi sento di dire: è sperimentato.
    Un saluto anche a te!

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