dalla Magnum al Germanismo (e oltre…)

Alcune considerazioni, nate dalla visita  del Fotofestival Mannheim Ludwigshafen Heidelberg, un appuntamento biennale imperdibile (sebbene fuorimano) per la cura organizzativa e la varietà di spunti che i curatori hanno saputo offrire anche in questa sesta edizione: 7 Orte, 7 Prekäre Felder ovvero luoghi e campi precari, ambienti alienanti, spazi in cui si esercita il controllo e momenti in cui lo si perde… qui, in sintesi, il concept.

imageLa continuità con il tema della precedente edizione che girava attorno ai confini, territoriali, mentali, alla loro difesa e al loro attraversamento, alle migrazioni che destabilizzano, è evidente. Diverso però è l’approccio visuale, che mentre nel 2013 grazie alla curatrice Andréa Holzherr era pressoché monopolizzato da fotografi della Magnum nelle sfumature culturali anglosassoni, francesi e italiane, in questa edizione curata da Urs Stahel (qui in copertina) si ancora solidamente al filone germanico con una spina dorsale di oggettività e distacco.

Ancora una volta constato come solo la visione “vera” di un corpus di opere di un autore (nei formati, sui supporti e soprattutto nella sequenza pensati dal medesimo) può darci un`esperienza visuale compiuta di quanto ci raccontano i libri, per quanto ben fatti e per quanto es-sen-zia-li nell`offrirci una finestra cognitiva.

Per dire, di Lewis Baltz ne sapevo per quelle poche righe con cui la Cotton accompagna una foto (Power Supply nr. 1) nella sua serrata antologia “La fotografia come Arte Contemporanea”, ma è comunque la foto di un ambiente industriale asettico e finita lí. La deadpan, l’impassibilità della fotografia (e del fotografo) sono ben descritte ma non pienamente esperibili.

E` la sequenza di foto sul muro e noi di fronte che fa la differenza.

image

La cadenza silenziosa di ambienti sterilizzati e spersonalizzati che ci conduce sulla soglia dello straniamento, senza che sia il fotografo a suggerircela passionalmente. La fotografia industriale in soggettiva e sentimentale di Robert Häusser, che giusto un anno fa era esposta qui a Mannheim, é lontana un’era geologica.

Ancora rigore e distacco nelle descrizioni di Henrik Spohler di quella terra di mezzo della logistica industriale, dove si affievolisce l`appartenenza a un luogo e lo spaesamento è latente. L’assenza di emozioni nel puro filone della Fotografia Oggettiva ci conferma in questa edizione del Fotofestival di essere perfettamente calati nella scuola germanica, che proprio lo scorso 10 Ottobre ha perso il mentore Hilla Becker.

image

Notevoli allo stesso modo gli scatti lindi e rigorosi di Edmund Clark da Guantanamo, un ossimoro visivo tra quanto ormai nell’immaginario collettivo e la compostezza rassicurante in quelle fotografie.

image

Senonchè, su un altro muro, trovo questa:

image

Una tipica candidata di memorabili “e che mi rappresenta?”, “e questa secondo te è una bella foto??”, “ma per favore!”, “una così la fa mio nipote di tre anni”, ECCETERA (oltre all’immancabile: “è storta”).

Aggiungiamo un’informazione: è di Jürgen Teller (e qui partono i “e quindi?”, “e chi é?”, “un fotografo di moda, figurati…”, “eeeeh ma questi sono ammanicati con i galleristi, è tutta fuffa” e i “che ce frega chi l’ha fatta, è insignificante comunque”).

Aggiungiamo un’ulteriore indicazione: rappresenta un luogo simbolo di storia nefasta; e sì, non vuole certo essere una “bella” foto.

Questo scatto si scarta dal rigore che dicevamo e dubito possa incontrare l’interesse dei seguaci del “tutto in bolla”. Ci piace comunque pensare che i dubbiosi, i perplessi e pure i “rigoristi”  avranno voglia di notare quella bottiglia di una vita menefreghista che continua e che si fa beffe del simbolo, e di questa composizione sbilenca e “casuale” che estetizza l’abbandono consapevole, l’oblio e l’incuria come migliore rivalsa.
In barba all’ovvio, al bello, alla fotografia automatica e al resto, perché il visivo passa anche da qui.

image Jürgen Teller – Hitler Podium, Nürnmberg

QUI una “biografia critica” di J.T., e invece QUI un Teller che chiosa spavaldo su alcuni suoi scatti

Alberto Baffa

Annunci

2 pensieri su “dalla Magnum al Germanismo (e oltre…)

  1. Jürgen Teller è un amico di William Eggleston …

    Ci sta quello che tu scrivi (e qui partono i “e quindi?”, “e chi é?”, “un fotografo di moda, figurati…”, “eeeeh ma questi sono ammanicati con i galleristi, è tutta fuffa” e i “che ce frega chi l’ha fatta, è insignificante comunque”).
    Ma ti sei fatto un’idea in proposito?

  2. bentrovato Luca.
    Mi chiedi se mi sia fatto un’idea in proposito di cosa? Di questa fotografia di Teller o del filone cui appartiene?
    L´idea – quella in generale sull`approccio alle fotografie lontane dall` “ovvietà estetica” – me la sono fatta tempo fa quando ho deciso di pormi qualche dubbio in più rispetto a quei pochi-troppo-pochi che trovano dimora in quelle chiacchierate tipiche di tanti forum.

    In altri termini penso che il possibilismo sia una premessa necessaria per riuscire a leggere oltre il significante, o nelle foto di Eggleston vedremmo solo asfalto sobborghi e fili elettrici, e in Friedlander pali e cartelli, e in Teller luci flash & trash annoiato.

    Dicci la tua, e grazie del passaggio!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...