Arctique

Sto distrattamente sbirciando nel bookshop del LAC, il nuovo fantastico spazio espositivo a Lugano, quando butto l’occhio su Arctique, un volumone candido candido di Vincent Munier.
A me piace il grande nord, e quindi comincio a sfogliarlo, convinto di trovare suggestive foto naturalistiche, spazi incontaminati, cuccioli di foche, aurore boreali e soli di mezzanotte.

Macché.

Mi imbatto in una calibrata ed essenziale composizione, un paesaggio di spessore.  Allora vado avanti e subito un’altra foto che inchioda.  Riapro il libro a casaccio, ed eccone un’altra: la sagoma lontanissima e grigio chiaro di buoi muschiati, nel bianco più assoluto, in una immagine piccola e misuratissima. Sempre più incredulo mi metto a sfogliare compulsivamente: ma non c’è verso, ogni foto è una bomba.
Comincio a capire perché ci  siano così tanti Arctique impilati nel loro cofanetto di cartone.
Per la gioia mia e della cassa del bookshop eccomi a casa a guardarlo con attenzione.

sei uno due tre sette cinque quattro

Sono fotografie in bianco e nero e a colori, i formati vanno dal biglietto da visita quando è il caso alla pagina piena, la carta tende più al fine art che al libro, la qualità di stampa è eccellente.
Il volume è grosso, ma non c’è una parola, un’introduzione, un titolo: nulla di nulla.  Come le fotografie, anche il libro sembra immerso nel silenzio e nel  bianco.
Ogni foto ha il suo perché,  il racconto non-scritto è affascinante.  Immagini completamente bianche dove emerge una sola punta di nero o di colore, e si scopre la presenza di un animale; composizioni convincentissime e a volte fuori dagli schemi;  paesaggi che sembra appartengano ad un tempo fermato e sconosciuto.
Non c’è la minima traccia di altro: non una pista, un palo, la sagoma di un villaggio…  nulla di umano.

E Non si avverte la minima forzatura.  Anzi, nemmeno la presenza del fotografo. Mi spiace, ma rispetto alle spettacolarizzazioni dell’ultimo Salgado o di Kenna, qui siamo una spanna sopra.

Arctique si stacca da altri lavori del genere  perché coniuga  riprese semplici, “reali”, pulite  ad esiti alieni.

La sensazione è che finora ci abbiano ingannati. Che finora quanto si è visto appartenga ad una sorta di fototurismo, reso interessante e suggestivo dal soggetto, ma che il vero Artico sia questo: una specie di nube bianca, dove affiorano senza preavviso presenze silenziose, che fluttuano, attraversano la visuale e scompaiono. Un sogno, più che una realtà, dove misure, distanze, tempo non hanno luogo. Persino gli animali più pericolosi cessano di incutere timore, appaiono più come fantasmi che popolano un loro universo segreto: non c’è possibilità di contatto, noi non possiamo svegliarci dal sogno, loro non possono entrare nella nostra realtà.

Nella confezione è presente anche un libro molto più contenuto, con qualche indicazione sull’autore, l’indice delle fotografie, le immagini dell’esplorazione con i  patimenti, le paure,  i congelamenti.  Ma bene hanno fatto a mantenere gli ambiti separati: la piccola slitta e il grande sogno.

L’incontro della naturalistica con il fine art,  da collezione.

 

Giuseppe Pagano

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4 pensieri su “Arctique

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