Kertész il dilettante

In questo periodo tardo-primaverile e rarefatto di spunti (…è una bugia; e ci siamo già andati qui a Reggio Emilia?) vorrei dedicare qualche pensiero a noi che si fotografa per diletto, lasciando da parte le molte altre motivazioni pur validissime e che in larga misura del diletto ne sono corollari eleganti.

All’ mpk Museum di Kaiserslautern è agli sgoccioli la mostra “André Kertész: Budapest — Paris — New York“.
E’ una possibile meta per chi fosse in questi giorni a Heidelberg a constatare il livello del Neckar in piena o avesse pianificato il ponte in Alsazia e magari anche una puntata più a nord per “The Familiy of Man” (ne parlammo) …Kaiserslautern è a due passi.

meudon 1928Meudon, 1928

“Je me considère toujours comme un amateur aujourd’hui, et j’espère que je le resterai jusqu’à la fin de ma vie. Car je suis éternellement un débutant qui découvre le monde encore et encore”

Era lui stesso dunque, il Kertész di quel capolavoro e paradigma della fotografia che è Meudon, a difendere questo suo approccio di meraviglia sincera, arricchito peraltro da quel sentire poetico che gli viene unanimemente riconosciuto; un’amatorialità unita a un peculiare interesse ed empatia verso l’uomo e i suoi segni colti per strada (quella strada – “street” – che come significante fotografico fa venire l’orticaria a chi giustamente rifiuta gli ingabbiamenti ma pure a chi insiste nel pretendere un vincolo rigidissimo tra  quel significante e il suo più comune significato).

Nelle fotografie di K. non trovo però i vezzi irrispettosi di un flaneur ma i frutti di una osservazione acuta e costante capace di dare dignità inaspettate a certa quotidianità per mezzo di un rigore formale e compositivo che fa da fondamenta e non da limite a visioni aperte ed enigmatiche.

Gran parte delle foto in mostra sono degli anni ’30 parigini, ciascuna a offrirci molte suggestioni ma colte da K. singolarmente e senza la premeditazione di dover essere messe in fila a raccontare una storia compiuta come si vuole quasi sempre oggi.

Bistrot, Paris 1927Bistrot, Paris 1927.

Carrefour, Paris 1930Carrefour, Paris 1930

Un riassunto della strada, pedine di un gioco figurativo della locomozione d’antan, una scritta che si fa didascalia in tempi non sospetti e decenni prima che la “street” si servisse di manifesti e insegne per pretese di ironia.

Porte Saint-Denis, Paris 1934
Porte Saint-Denis, Paris 1934

Quello che facilmente sarebbe visto  come un albero inopportuno e un’occasione persa per una sequenzialità, diventa invece strappo e incarnazione.

Quartier Latin, Paris 1927

Quartier Latin, Paris 1927

Un ritratto anzi una foto di una compiutezza e densità assolute (che non mi riesce di pescare in rete in dimensioni decenti), con le sinuosità che richiamano quel suo capolavoro a casa di Modrian l’anno prima.

—–

Le foto degli anni a seguire confermano questo interesse umanistico “nel punto in cui il realismo resta in equilibrio con la poesia” (Jean Claude Gautrand) che si scontrò al suo approdo a New York con le preferenze editoriali oramai incanalate verso il “make it brutal” così bene intercettato dalle fotografie di Lisette Model.

Melancholic Tulip, NY 1939

Melancholic Tulip, NY 1939

Lost Cloud, New York 1937 1

Lost Cloud, New York 1937

american ballet NY 1938
American Ballet, 1938

A proposito di questa fotografia che raccoglie senza trucchi la meraviglia del balletto portato sul palcoscenico improbabile della strada e donato a quei ragazzini in adorazione, in questa bella intervista prodotta dalla BBC possiamo constatare l’amarezza di Kertesz per come fu accolto nel mondo dell’editoria newyorkese.

…note sparse:

La direzione del museo mi permetteva di fotografare altre opere ma non queste di Kertesz per rispetto e volontà dei privati che le avevano prestate; per una volta un motivo decente.

Quasi tutte le fotografie erano meno di 30cm sul lato lungo (K. abbracciò con entusiasmo il 24×36) e non vedo motivo di scandalo.

Molte stampe moderne (ma rispettose della visione originale e non modernizzate) e alcune d’epoca, e tutte incorniciate dietro vetri museali. Gratificante.

Alberto Baffa

 “Everything is a subject. Every subject has a rhythm. To feel it is the raison d’être. The photograph is a fixed moment of such a raison d’etre, which lives on in itself” – A. K.

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