Gianni Berengo Gardin, studium e punctum?

 

A Roma è in corso la mostra fotografica “vera fotografia” (Palazzo delle Esposizioni, dal 19 maggio al 28 agosto 2016). Non provavo una bruciante passione per questo solido fotografo che da ben oltre mezzo secolo racconta l’Italia – e non solo –  ma dopo un primo assaggio agli Scavi Scaligeri a Verona qualche anno fa mi è sembrato doveroso approfondirne la conoscenza. La mostra propone circa 250 fotografie, oltre molti suoi libri esposti in teche.

GBG si autodefinisce un fotografo di documentazione, racconta che avrebbe voluto essere un artista ma di avere poi abbandonato questa idea. Vuole essere ricordato come colui che ha registrato la vita degli italiani.

Una mostra fotografica la si può guardare inizialmente da vicino e poi anche da lontano, per apprezzare i dettagli prima, e quindi per prendere una certa distanza, ottenere una visione d’insieme, per apprezzarne il flusso, il ritmo, le connessioni. Lasciando vagare le immagini nella mente ed in questo gioco di prossimità e distanza può venire in mente Roland Barthes e i suoi punctumstudium.

Nonostante ciò che dichiara, non si può non riconoscere l’artista nelle fotografie di Gianni Berengo Gardin, anche in quelle più chiaramente di documentazione. La tentazione iniziale è di privilegiare lo studium, riconoscendo, ed in qualche modo contestualizzando immagini familiari. Ma poi entra silenziosamente il punctum, la “ferita” che attira verso la fotografia. Il primo porta a riconoscere la ricerca della scena e la cura formale della ripresa, il secondo attrae verso il particolare inspiegabile, la puntura attraverso l’immagine. Facendosi trasportare da una fotografia all’altra e assorbendole, prima coscientemente e poi incoscientemente, si viene colpiti. Dal cartello pubblicitario nel deposito dei tram dell’ATM, dall’uomo che spazza piazza San Marco, la stessa piazza con l’acqua alta, la disposizione degli operai edili che costruivano lo stadio di Bari, dagli uomini arrampicati sui tralicci dell’aeroporto di Osaka in costruzione, dalla giustapposizione di un religioso e della suo icona affrescata.

Deposito_ATM

Stadio_Bari

Le singole fotografie di GBG sono spesso piccole storie complete, anche quando fanno parte di una serie più ampia. Non è sempre subito evidente la ricerca di connessioni, che possono essere più metafisiche che visuali, tant’è vero che l’autore riesce a sviluppare con le sue immagini temi molto vasti: Venezia, Milano, Il mondo del lavoro, Racconto dell’Italia – ritratti, Figure in primo piano, Luzzara, L’Aquila. Una delle “arti”, se così vogliamo, di Berengo Gardin, è di ricercare e rappresentare gli elementi caratteristici di questi temi che sviluppa. La sua documentazione della protesta contro la Biennale di Venezia nel 1968 si può riassumere in tre immagini: il poliziotto che corre, il pittore barbuto e Giuseppe Ungaretti con Milena Milani. Non servirebbe nulla di più.

In vaporetto, Venezia 1960, magnifico collage di situazioni e di espressioni, riflessi casuali, piccoli gesti, riquadri che suddividono ed allo stesso tempo uniscono. Il bacio, Venezia 1959, l’abbandono di lei e l’abbraccio di lui in uno scenario che porta all’infinito. Il già citato deposito dei tram dell’ATM (1986), perfetto ordine e perfette linee di fuga di luce, tetti, vetture. La calura della piana con lo stadio di Bari in costruzione, e la disposizione casuale eppure ordinata degli operai (1987). E poi la giovane coppia incamminata verso il tramonto, la sua mano sulla spalla di lei, la bicicletta condotta a mano, di fronte due bambine li incrociano (anni sessanta). La grande nave davanti al bacino di San Marco, da via Garibaldi, le case lievemente inclinate,  quasi a mostrare una Venezia piegata davanti ad una simile enormità, che le fa piccine e lillipuziani i passanti che sembrano andarvi incontro (2013-15). Ed infine, ma non ultima, la Morris in riva al mare con la coppia che sembra non più giovane, di fronte alle scogliere e ad un cielo tempestoso (1977).

Il_bacio_a_Venezia

Quando tratta temi più specifici, come gli zingari, o gli interni delle case italiane, Berengo Gardin non perde mai una nota di dolcezza. Dalle sue fotografie emerge che questo autore ama i suoi soggetti. Ama i suoi zingari, ama Venezia – scandalizzandosi dell’invasione delle grandi navi – ama la gente, gli amanti, gli abitanti dei paesi e delle città.

Gli ospedali psichiatrici sono stati un grande lavoro di documentazione a sostegno di una battaglia di civiltà e GBG ha lavorato assieme a Carla Cerati ed Antonio Basaglia. Tentando un confronto tra stili diversi, è evidente la differenza tra GBG e Alex Majoli, che hanno trattato un argomento simile a distanza di un quarto di secolo. Situazioni diverse, ma anche rappresentazioni diverse, Leros (1994) traumatico, Morire di Classe (1969) una spietata documentazione. Majoli si appassiona e si scandalizza della situazione in se, mostrandola in tutta la sua brutale crudezza. Berengo Gardin persegue uno scopo ben preciso, dare conto del dettaglio dei sistemi applicati all’epoca e sostenere un riformatore, Antonio Basaglia, nella sua lotta per la riforma.

Isittuto_psichiatrico

Non si può fare a meno di notare, contemplando questa mostra – peraltro ben strutturata, con ottimo ritmo, ben disposta e per nulla “invadente” per quanto riguarda il numero delle opere – che tutte le immagini non sono solo contenuto, ma dimostrano una grande attenzione alla composizione formale. Non solo i paesaggi, che interessano molto GBG, ma tutte le scene rappresentate.

Non stupiscono il suo rapporto con Henri Cartier Bresson e l’amicizia con Elliott Erwitt. Pur riconoscendo il tratto ed il linguaggio originale di ciascuno, i punti di contatto, forse legati ad una vicinanza culturale e generazionale, sono evidenti.

Un autore e la sua opera mai “urlata” eppure dagli stimoli forti, un’emozione meno eclatante ma che non emerge solo dall’immagine, ma dall’evidente rapporto che l’autore ha fatto crescere con i “suoi” soggetti.

È bello passare dallo studium al punctum.

amanti_pioggia

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