L’incedere.

Ovverossia,  quattro riflessioni sparse sul cammin facendo fotografico.   Sono collegate fra loro.

La prima:  la velocità di avanzamento diminuisce  nel tempo.

E’ relativamente facile, approcciando il mondo della fotografia, fare dei buoni progressi.  Si buttano i tramonti e via con qualche buona lettura, qualche mostra di quelle giuste… qualche conoscenza non superficiale.  Si eliminano incrostazioni, si acquisiscono consapevolezze.  Poi  ci si avvicina ai propri limiti, e per superarli, inizia la salita.  L’affinamento non può che essere costante e quasi  impercettibile, perché  si nutre di sottigliezze, di piccolissime conquiste:  il percorso si fa lento, più la quota sale, più ogni passo è sudato.  Non può che essere così.  Anzi, spesso ogni tre passi avanti bisogna farne due indietro.  E’ dura.

La seconda:  la fotografia con la F maiuscola va cercata con fatica.

La fotografia  superficiale  abbonda, e non mi riferisco alle pizze e alle scampagnate postate sui social: quelle non fanno danni.  Anzi, sono più sincere di molto altro.
Siamo minacciati  da un doppio tsunami: da una parte un’ondata di pubblicazioni cartacee e in rete,  corsi e concorsi,  forum  e  altro che ci propongono una fotografia tanto spettacolarmente corretta  quanto – di fatto – inutile;  dall’altra l’invasione più sottile e  insidiosa di chi sfodera nozioni, lauree, percorsi e competenze, proponendo sbrodolamenti  dialettici di prim’ordine per giustificare un mercato dell’arte anche quando arte non è, dove spesso si  copre con partite di giro e imbonimenti vari la mediocrità più evidente.
Le splendide eccezioni  fra tutto questo – e altrove – ci sono,  ma  vanno cercate con pazienza e impegno.

La terza: chi va al mulino s’infarina.

Chi più, chi meno… ma è impossibile uscirne immacolati. E’ quindi fondamentale imbiancarsi  ai mulini giusti, e solo a quelli.  Se ci si adagia  sulle superficialità,  si rotola indietro:  vanno quindi abbandonate, costi quel che costi.
E’ illusorio pensare di  frequentare  una fotografia “bassa” e nel contempo puntare a quella “alta”.
Tutti a vedere il Master of Photography  su  Sky?
Ok,  lo si guarda per curiosità.  Può essere uno svago gradevole.
Ma il punto  è che – farina dopo farina –  un pochino passa  il concetto della ricetta, dell’emulazione, dell’esaltazione della trovata,  del giudizio al volo,  del successo,  della foto che colpisce, del conformismo dell’anticonformismo,  eccetera, eccetera, eccetera.
Se ci interessa questa farina guardiamoci tutte le puntate,  e abboniamoci a tante belle e patinate riviste che vanno per la maggiore.
Se ci interessa altra farina, no.  Ci sono autori più discreti,  libri non letti, articoli interessanti,  e tutto un mondo nella penombra che ci attende.   Silenzioso,  magico, complesso.   Solo frequentandolo  periodicamente  qualcosa di suo ci rimarrà addosso.  E solo tralasciando il più possibile il resto  eviteremo una  miscellanea  incolore.

La quarta:  lo spazio è curvo.

Credo che succeda a tutti, a volte,  di immaginare graficamente  lo sviluppo di eventi e situazioni.  Per esempio, quando segniamo il passo e ci trasciniamo nella noia ci sembra di tracciare una linea piatta;  se una lettura o un incontro ci consentono di maturare nuove sicurezze ecco che ci vediamo salire un gradino. Come potremmo raffigurare il nostro procedere nel labirintico mondo fotografico?  La solita linea che un po’ sale e un po’ no…  o una matassa ingarbugliata che prende le più varie direzioni?
Ebbene, ho la netta impressione che il nostro pensiero incappi spesso in loop… salite anche decise fino a ribaltarsi e – ahimè – ricadere al punto di partenza.  Cerchi dispendiosi e inutili.
Quante volte ci siamo staccati da presunti retaggi  “basic”  per seguire percorsi più elevati… rivelatisi alla fine altri clichés?  O ci è parso di sfuggire,  nobilmente,  a sirene che non ci garbano, ma è bastata una mezza lusinga per ricadere come pere sulle macerie dei nostri propositi?  Ci vantiamo di non vantarci, auspichiamo dialogo e critica ma poi asfaltiamo il primo che non plaude alla nostra produzione.  Irridiamo le ingenue le trovate da piccolo cabotaggio ma poi ci basta un’idea  per crederci chissà chi, fantasticando su successi e recensioni.
Tutto questo è abbastanza banale, e lo verifichiamo spesso.
cerchi2
Ma c’è dell’altro, a volte i cerchi sono così larghi o condivisi che è difficile scorgerli, ci sembra di andare dritto e ritorniamo al punto di partenza senza nemmeno accorgercene.    Anni per smarcarsi dalla logica del quadro  e puntare sul valore concettuale della fotografia, e poi finire con l’imbellettare l’opera alla ricerca di una suggestione che funga da stampella.   Anni per  dimenticare  il mero valore artigianale della fotografia  e  poi presentare immagini dove  una lunga e spettacolare elaborazione costituisce l’unico valore aggiunto.  Anni per  rifuggire da tecnicismi,  tendendo ad una pratica pura, e poi annegare in un mare di parole,  che quando  sono solo sfoggio di abilità  finiscono per costituire – di fatto –  un altro tecnicismo:   verbale , ma sempre accessorio e vacuo.
Quanti cerchi si chiudono riportandoci al palo.
L’importante è esserne consci,  e cercare di sfuggire alle trappole portando in continuazione  lo sguardo dal particolare al senso complessivo del nostro fare fotografia,  mettendoci in discussione.    Forse è quasi inevitabile che il gettato dalla finestra rientri dalla porta,  forse la fotografia è un pendolo dalle non misurabili oscillazioni, al di là dei nostri teoremi.  Forse lo spazio è curvo:  possiamo però stringere –  con fatica – questi cerchi,  in modo da ritornare sulla retta via e ricominciare a salire…  finché potremo.

Buon viaggio.

 

Giuseppe Pagano

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9 pensieri su “L’incedere.

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