Cecità e vergogna

Tempo fa,  sul più diffuso quotidiano nazionale,  in un articolo a margine di una grande fiera  si evidenziava come oggi,  nel sistema – arte,  si privilegi la fotografia… decisamente elaborata.

E’ così, infatti.  Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma l’eco delle esternazioni di Baudelaire si ode ancora – più o meno inconsciamente – fra le bianche pareti espositive.  Il click non basta, è quasi da pittori mancati.

A scanso di equivoci,   lungi da me privilegiare, in linea generale, un tipo di fotografia a scapito di un altro. Eventuali  miei strali nel confronti di pittate & co. non riguardano tanto le modalità formali quanto  la pochezza dello spessore espresso.  Per me la fotografia d’autore può essere presentata anche immersa in un uovo al tegamino, altro che photoshop.  Se va oltre, s’intende.

Il rammarico, però, è constatare tanta superficialità nei confronti della fotografia… al naturale.  Ci si vergogna,  quasi, ad esaminarla e ad accoglierla. “E’ solo una fotografia”,  conclude l’addetto ai lavori (letteralmente), negandole così  a priori il diritto di accesso ad una certa soglia. Di quotazioni, di mercato, di curatela, di esposizione.

Forse è anche questione di incapacità di valutazione.

La fotografia analogica vintage è più facile da trattare: ci sono già delle prezzature, dei confronti possibili. E poi la patina di raro e passato giustifica (quasi) tutto.

Idem per la fotografia magistralmente elaborata, in un raffinato e surreale gioco consentito dalle più aggiornate tecniche.  Il solo lungo lavoro per arrivare a simile risultato merita.  Lo capisce  chiunque.

E la fotografia-choc, dove la mettiamo?  Degli ufo che passano sulla torre Eiffel?  Come non notarla.  L’importante è che se ne parli, si diceva una volta.

Poi c’è la fotografia splendida-splendente.  Immaginiamo una modella in un bianco e nero suggestivo e gigante.  Che  tecnica, che risultato. Decenni di pratica fotografica.  Innegabile.

Rimane la fotografia…meno spettacolare, che,  poverina,  è stata fatta con un click. E, magari, anni di maturazione: ma quella non si vede al primissimo colpo, non è  certificata. Forse è una fotografia che esprime molto, ma lo fa in maniera sottile, dischiude mondi.  Bisogna riconoscerla, però.  E chi non è culturalmente/visualmente attrezzato, bypassa: meglio non rischiare…

Claudio Marra, nel suo ultimo Che cos’è la fotografia,  rispolvera una espressione a cui è affezionato, denunciando i limiti di chi considera la fotografia solo un “pennello tecnologicamente aggiornato”.   Niente di particolarmente nuovo in questo libro per chi conosce già l’autore, ma una sintesi di raro equilibrio, comunque consigliabile.

Prevengo possibili  obiezioni: non tutto e non tutti sono così, per fortuna.  Come pure le banali categorizzazioni  sono giocoforza semplicistiche, mi sono servite solo a rendere l’idea.

Non ci rimane che frequentare fotografi e fotografie di alto peso specifico. Altrimenti il rischio è l’appiattimento,  fra tante spettacolarità del web e canali nominalmente più qualificati ma mortiferi.

Qualche settimana fa il grande Pino Musi indicava in un social le Farms di  Bernhard Fuchs.
Sui soliti siti italiani questo libro costa uno sproposito, fortunatamente l’ho trovato, nuovo, a meno della metà,  tramite Abebooks in una libreria tedesca.  Dopo pochi giorni lo sfogliavo,  poi lo risfogliavo, e poi ancora… e queste meravigliose fotografie a colori (poverine, solo fotografie) relegavano rapidamente tutte le miserie di cui sopra lontano, fino a farle sparire.  Un libro fantastico.

Giuseppe Pagano

(foto a corredo del post tratta da Farms di Bernhard Fuchs)

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7 pensieri su “Cecità e vergogna

  1. Sono pienamente d’accordo con quanto scrive, Giuseppe. I punti delicati e spinosi, quando si parla di fotografia in Italia sono tanti, troppi. La cultura della storia della fotografia è carente a scapito di quella delle altre arti visive (assai carente comunque). Però finché l’obiettivo è quello di farsi esporre in una galleria o apparire ovunque, come il prezzemolo, allora, secondo me, si perde di vista “l’andare oltre”. O meglio, l’andare dove si vuole andare. Il venire a conoscenza dei lavori di fotografi di alto peso specifico è veramente necessario. Il problema però in parte rimane: buttiamo in acqua i fotografi e vediamo chi va a fondo più velocemente per riconoscere quelli universalmente ritenuti validi? O ci affidiamo ai “critici”? O sappiamo andare oltre noi, controcorrente, e riconoscere chi ci affascina con nel suo linguaggio?

    • Purtroppo tanti personaggi “in vista” della fotografia sono talmente invischiati in un sistema autoreferenziale e redditizio da risultare – scusi la schiettezza – cattivi maestri. Sono sopravalutati e, a loro volta, sopravalutano. Un giro infernale.
      Quindi è necessario innescare una spirale virtuosa.
      Credo che non ci sia un metodo… se non, semplicemente, darsi da fare (nei limiti del poco tempo che ci è concesso) per cercare, per capire.
      Oggi in un piccolo post di un piccolo blog nella galassia del web ho rimbalzato due autori e un saggista.
      Domani andrò su un altro sito e scoprirò qualcos’altro. Dopodomani andremo ad una esposizione… e così via.
      Trovando qualche autore, scrittore, curatore “giusto” e seguendolo, prima o poi salteranno fuori altri nomi interessanti… di link in link.
      Ma a monte di tutto, il primo passo è senz’altro costruirsi una base, attraverso un percorso individuale di letture. Saggi di fotografia. Ci vuole un po’ di tempo, ma non vedo come si possa farne a meno.
      Grazie per il passaggio, buone foto!

  2. Tutto giusto, ma come ha scritto lo stesso Giuseppe nel suo recente librino “per una fotografia autentica e di spessore”, ad un fotografo dozzinale ben promosso può andare molto, ma molto meglio che ad un autore sommesso e profondo.

    • È così.
      Quasi non mi arrabbio più… se il fenomeno che hai ricordato è presente in varie forme di espressione, come poteva la fotografia – un arte difficile da giudicare – sfuggirgli?
      Sto pensando che addirittura un simile andazzo potrebbe – paradossalmente – favorire il rifiuto di un certo sistema e delle sue improbabili “classifiche”, spingendoci ad approfondimenti più liberi e personali. Chissà.
      I pensieri fanno giri strani.
      Ciao!

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