La scelta della foto (magari!)

Ho la quasi-certezza che nel titolo di queste poche righe identificherete facilmente quello di un librone edito da Contrasto: “Magnum – La scelta della foto”, ma non è questo che desidero segnalare oggi.
Semmai mi sto ponendo un’altra domanda in questo luglio, davanti alla galleria fotografica che un noto quotidiano nazionale mi invita a sfogliare come resoconto di una bella vittoria della nostra nuotatrice Pellegrini.
Le fonti: afp, reuters, ansa, ap, lapresse, agf.
L’impegno dell’editor nel selezionare le foto, dare struttura visiva alla cronaca o semplicemente proporcene di dense, o sensate: non pervenuto.

Piccolo tutorial su come annoiare.
Conferma della assuefazione alla bulimia di scatti tutti uguali.
Evidenza di svogliatezza nel compitino di selezione.
E poi ci lamentiamo dei tramonti sui social.

buone vacanze!
Alberto Baffa

p.s. ah, quel libro di Magnum comunque é interessante come annotavo tempo fa non solo perché raccoglie scatti importanti ma perché fa luce sul modus operandi di quei fotografi e poi sul processo e le dinamiche mentali alla base di determinate scelte, mettendo peraltro in evidenza quella che fu la rivoluzione del formato Leica nel fare fotografia con ritmi prima inimmaginabili e la conseguente crescita della figura del photoeditor. Quello che qui non è pervenuto insomma.
Il desiderio voyeuristico di sbirciare quanti scatti mediocri partorissero i grandi prima di azzeccarne uno è reale ma occorre andare oltre e il libro offre spunti molto più ampi: accorgersi che più che un cecchino HCB era un paziente cercatore d’oro  (in barba ai suoi stessi proclami o a chi oggi ne travisa l’approccio), constatare l’efficacia di Koudelka in ogni singolo scatto nonostante il coinvolgimento emotivo  durante l’occupazione della sua Praga, i sotterfugi di un Alex Webb tra le prostitute costruendo una complicità sogno irraggiungibile di eserciti di streettaroli,  la noia dei primi “rafficari” e le loro confessioni (preludio della nostra epoca), il McCurry dei tempi andati, la potenza disinformativa e deformativa della fotografia (Erwitt, su Nixon)…
Una ottima analisi del libro – che in originale ha per titolo un più neutro “Contact Sheet” – l’ha proposta a suo tempo il The Guardian qui.

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