il prezzemolo e il megafono

“La vraie éloquence se moque de l’éloquence (la vera eloquenza si fa beffe dell’eloquenza)”
Blaise Pascal

“Anche i grandi maestri … hanno sempre cercato di dare del fascino alle loro opere, nascondendo la loro arte con molta cura…”
Torquato Tasso

“E’ molto più difficile essere semplici che non essere complicati, è molto più difficile sacrificare la propria abilità e sospendere il proprio impegno piuttosto che non sprecarli entrambi senza criterio”
Ruskin

” …per indicare la necessità che l’arte, l’abilità, la maestria restino celate e non si esibiscano con iattanza, la lingua italiana ha una bella, antica parola, una di quelle parole che fanno unica una lingua: sprezzatura.”
Paolo D’Angelo

Sono frasi tratte da…. Ars est celare artem – da Aristotele a Duchamp, di Paolo D’Angelo.
Mentre leggevo inevitabilmente facevo dei paralleli con la fotografia.
Perché è impossibile non pensare a tutte quelle immagini patinate di beige, o vignettate, o con effetto vintage, o contrastate all’esasperazione che ci accerchiano su siti, social ma anche nelle mostre.
Il paragone può sembrare banalmente volgare, ma cosa fa l’osteria di quart’ordine quando deve presentare portate fin troppo ordinarie,  come ingredienti e come gusto?  Rimedia con una bella sventagliata di prezzemolo. Prezzemolo un po’ su tutto, confondendo i sapori, nella speranza di alzare il livello medio di gradimento. E qualche bocca buona apprezza pure: tanto, la digestione verrà più in là, e i problemi allo stomaco più in là ancora, inutile pensarci.

E’ veramente un peccato vedere, per esempio,  onesti ricordi o documenti rovinati da improbabili dominanti, attaccate come un post-it  per annunciare al mondo che quella non è una semplice fotografia: ha delle ambizioni. 

Il discorso,   ovviamente,  non tange quelle immagini dove l’accorgimento ha un suo perché, avvolto nel senso complessivo dell’immagine.

L’importante è che – nel processo di raccolta, modifica e presentazione della fotografia – non si ceda  alla tentazione del prezzemolo.
Tentazione che, paradossalmente,  può manifestarsi persino nella mancata prezzemolatura: quando ci vuole ci vuole, e se non lo si mette solo per far apparire artificiosamente l’immagine più scarna, studiata, originale, enigmatica, à la page…  allora è un’assenza che – nella sostanza – si traduce nello stesso appesantimento di un’aggiunta. Ritorno al libro: “non si deve cadere nell’affettazione nemmeno per il desiderio di fuggirla, affettando di non essere affettati…”

Insomma, è sempre una sottile questione di misura che dischiude lo spessore. E come appaiono lontane tutte le perentorietà, i decaloghi e i divieti  che – a priori – spesso appaiono su libri e web.

Rimanendo sulla misura, mi sposto lateralmente e prendo spunto da questo libro del grande Joel Sternfeld: American Prospects.
Un volume eccezionale. Eppure, sfogliandolo, devo umilmente confessare che talvolta non ho ritrovato la sottile magia delle stesse foto viste su internet. Una questione di dimensioni: le immagini sono stampate in grande, arrivano vicino  ai bordi del volume che già ha le sue belle dimensioni.
Qualcuno ora si straccerà le vesti, ridendo: chi sono io per mettere in discussione un mito, un editore, un libro di autore diffuso e famoso?
Non avrebbe tutti i torti: evidentemente qualcosa mi sfugge, questa “misura” avrà un suo senso. Nella algebrica miscela di vantaggi e svantaggi che ogni scelta  necessariamente comporta, forse non sto dando il giusto peso a quella esperienza immersiva che le dimensioni di queste perfette fotografie, altrimenti, non consentirebbero: si perderebbe qualcosa.  O forse dipende dalla mia indole.

Ciononostante, questa è stata la mia impressione:  un libro si legge anche tenendolo in mano, il bordo bianco (se c’è) dovrebbe consentire di farlo senza sovrapporsi alle immagini.
E  ancora: è una questione di isolamento della fotografia dal contesto in cui viene fruita, una distanza che consenta la concentrazione e la pulizia visuale.
Infine, soprattutto: alcune fotografie, più di altre, vivono di relazioni pulsanti fra gli elementi che la compongono.  Non posso tenere un libro a un metro di distanza, allungando le braccia come un eroe dei cartoni: guardandolo inevitabilmente da vicino, troppo vicino, certe molle non scattano.  L’occhio deve fare un percorso troppo lungo, quando si ferma su qualcosa fa fatica a rapportarlo al resto: se le fotografie fossero più piccole, pur nella sfocatura della visione periferica, sboccerebbero altre evidenze.
Sarebbe bastato qualche centimetro in meno… ma qui fermo la mia ingenua insolenza.

Abbandono questo libro e porto il ragionamento sull’editoria in generale, con la ovvia premessa che tutto – come ricordato all’inizio – va calibrato sullo specifico: abbiamo fantastici capolavori stampati in grande.

Ma se  si comprende spontaneamente come sia più facile “colpire” con dimensioni generose, difficilmente si riflette sul fatto che  le fotografie  contenute consentano – in relazione all’opera –  una fruizione più meditata: l’occhio non si perde, e ci si sofferma più volentieri sul perché dell’immagine, sul senso di una serie.  E’ quasi un impreziosimento: “potevamo stupirvi con degli effetti speciali”, ma non l’abbiamo fatto.  Abbiamo scelto la misura giusta. Ti facciano vedere tutto quello che riteniamo, niente di meno, niente di più. Sta a te fermarti e capire.

La riflessione silenziosa, non lo sfogliare  passivo;  il sussurro, non il megafono. I sordi potranno sempre andare al luna park.

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2 pensieri su “il prezzemolo e il megafono

  1. Come sempre illuminante. Sono del parere che il senso della misura sia un traguardo da conquistare con l’esperienza e, nel caso della fotografia, con un buon allenamento dello sguardo.
    Un saluto.

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