“in perenne agonia” (e un neurone alla volta)

Mi imbatto in una lettura leggera (grazie Federica) e ve la propongo: http://thevision.com/design/instagram-essere-artista/

Lo faccio volentieri perché trovo qualche spunto interessante e condivisibile.
Di obiezioni ne avrei, tipo che occorrerebbe intendersi su “quella vibrazione sottopelle” che ci fa identificare un lavoro (fotografia, progetto) ganzo o meno: per come la vedo io non si tratta di “imparare a sentirla” (la vibrazione) ma di educarsi a captarla e ancor più a non captarne di farlocche.
E in quel farlocche voglio metterci non solo le prove d’artista social che seguono l’onda (ne parlammo…) ma pure quelle sofferte ed “estremamente cerebrali” (cit.) che anziché mostrarci il beneficio che possiamo ricevere da uno sforzo mentale in più fanno loro malgrado il gioco di quanti criticano – in genere e ahinoi senza distinzioni – le (sofferte) prove concettuali perché di muovere un (sofferente) neurone non hanno proprio voglia.
Finendo per non accorgersi delle prove buone.
Alberto Baffa

jep

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