In punta di piedi.

Un piccolo sfogo, con la premessa che chi cerca solo cose molto interessanti oggi ha maggior ragione di passare oltre.

Mi piace esemplificare le mie fantasticherie con dei disegnini.

Nella foto qui sotto, in giallo, la… capacità di intendere fotografia (espressione orribile)  di un fotoamatore basic.
In rosso,  quella di un navigato intellettuale che ha passato tutta la vita a studiarci sopra.  In nero, la fotografia.

Nella capacità di intendere ci metto proprio tutto: ogni esperienza visuale dalla nascita, la costruzione del background culturale, le frequentazioni, le predisposizioni… insomma, l’hardware e il software del cervello.

Il punto è che – se ingrandissimo anche a dismisura il disegno –  le due macchie diventerebbero piccolissime, ma del nero non troveremmo i confini. E’ pur vero che quella rossa è più grossa ed estende i suoi… tentacoli in più direzioni. Ma a ben vedere,  il mistero fotografico fa sembrare tutto così relativo, anche le differenze fra le nostre macchie.

Spesso ce lo dimentichiamo, ce la giochiamo tutta – magari accapigliandoci –  fra un mondo rosso e un mondo giallo, dimenticando l’immenso nero che ci avvolge.

Da qui, anche da qui,  una sequela di perentorietà che mi lascia sempre più perplesso. La vera fotografia è questa, no è quella, ha bisogno di questo, no questo se lo deve dimenticare,  deve essere presentata così, anzi cosà.
Ricordo anni fa all’ingresso di una mostra collettiva uno dei più conosciuti  fotografi italiani, presente su tutti  i libri di storia:  ebbene non voleva entrare in una sala, perché aveva intravisto in calce alle cornici le targhette con il titolo.  Cadesse il mondo.

Mah.

Qualcuno (credo Michele Smargiassi su Fotocrazia, se non ricordo male) tempo fa rilevava come ad una infinita quantità di domande in campo fotografico non si potesse che rispondere:  “dipende”.

Si potrebbe obiettare il forte rischio di lasciarsi andare ad un relativismo di comodo, di non prendere mai posizione e quindi di trasformare il necessario confronto fotografico in una incolore alzata di spalle.
Ma credo sia una questione di misura, si può benissimo coltivare i nostri dogmi ed esprimere pareri forti sul mondo della fotografia pur tenendo gli occhi aperti in tutte le direzioni, senza steccati aprioristici a strenua difesa dei nostri castelli, evitando di esitare ogni scambio in singolar tenzone, tratto sempre più caratterizzante i social.

Alla fine la tattica non può che essere quella di navigare nelle nostre macchie ma portando spesso lo sguardo sul nero misterioso, per poi tornare al pratico, e poi ancora all’infinito… in un va e vieni continuo, fra coerenza e possibilismo.
Questa fatica sia che si pratichi la fotografia, sia che se ne scriva.

Seguendo le nostre linee, ma relazionandosi apertamente. In punta di piedi.
Si scoprono più cose in un bosco spostando con calma le frasche che procedendo con il machete.

Vi lascio con un libro: Elio Grazioli, Duchamp oltre la fotografia,  strategia dell’infrasottile.

Un volumetto scorrevole,  a tratti denso,  con qualche riposizionamento che sollecita il ragionamento, auspicabilmente senza  partire subito  lancia in resta.

Buona (e tranquilla) lettura.

 

Giuseppe Pagano

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