Il dolore.

Sto ascoltando in televisione Massimo Recalcati:  “…la bellezza come qualcosa che sa ospitare il contrario della vita, quindi la dimensione scandalosa della morte… quello che diceva Rothko: per me un’opera d’arte ha senso solo se è capace di entrare in rapporto alla morte, cioè all’assoluto…”

Robert De Niro, qualche mese fa in un discorso a neolaureati aspiranti artisti: “se non parlate del dolore, di cosa c…o parlate?”

La sofferenza è al centro della vicenda umana.  Se si è tesi verso l’assoluto, se si cerca di sfrondare tutto per arrivare al nocciolo invisibile delle cose,  si finisce spesso per impattare il dolore.

Anche la fotografia, nella sua ricerca di senso, sfiora o attraversa il tema.

Non pensiamo solamente alle immagini di taglio drammatico/reportagista,  a volte giustamente accusate di enfatizzazioni  o di sfruttamento del pietoso:  esistono anche percorsi più sottili, dove è necessario scavare silenziosamente per scoprire le ferite.  Un bicchiere o una foglia possono spalancare abissi esistenziali.
Persino soggetti  apparentemente  gioiosi o spensierati, se osservati con calma, recano le tracce di domande terribili e inevase:  personalmente, un luna park mi mette molta, molta più tristezza di un cimitero.

E non posso che rispondere con un sorriso e un’alzata di spalle agli amici più cari che ironizzano sul velo malinconico di molte mie serie fotografiche.  Sono loro grato per questo, credo mi faccia bene.  Ma non ci posso fare niente:  la direzione la scelgo fino ad un certo punto, anzi sempre meno.

A loro dedico la famosa frase del mio amico Pascal: “vous etes embarqués”.

La foto del post  è tratta da questo libro.

 

Giuseppe Pagano

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Un pensiero su “Il dolore.

  1. Come dici, qualsiasi cosa può evocare dolore. E’ la traslazione dell’immagine da significato a significante, processo in cui gioca un ruolo determinante chi osserva, separato da chi crea l’immagine. Eppure esiste il voyeurismo del dolore, del dramma. Non so perché, ma ad una riflessione empirica è così. Attrae di più la fotografia inquietante che non quella rasserenante. Pensiamo alla scena di morte di Eugene Smith, all’emarginata di Darcy Padilla. Quale impatto diverso rispetto a situazioni che non hanno nulla di drammatico. Stranamente ci interroghiamo – perché in fondo è questo che vogliamo suscitare con le nostre fotografie – molto di più per l’inquietante che per il rasserenante. E ci mettiamo anche del nostro.
    Ciao, Luca

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