Gordon Parks un giorno qualunque

Apro la homepage di un quotidiano on line, oggi, e accanto alle cronache di una Liguria sott’acqua e Milano inondata leggo di sindaci fuori moda, intrighi al G20, appelli papali, novità sulle tasse.
A destra della pagina i link “leggeri” di comici ancora di moda, allenatori di pallone ritrovati, gossip holliwoodiani e… Gordon Parks.

Gordon Parks?  Già, quelle cose che non ti aspetti: Gordon Parks – Storie di apartheid; un link quasi senza motivo – nessun evento italiano ma una mostra oltreoceano  – una segnalazione di quattro righe (rimbalzata forse da un altro sito italiano che la pubblicava il giorno prima) a rimpolpare la paginata web fianco a fianco con le pubblicità, le cartoline di borghi incantati (e sfigurati in photoshop) e il cane Buddy che si nasconde in ambulanza.

Ci sarebbe da congratularsi con chi ha comunque scelto di mettere in evidenza queste poche immagini di un validissimo esponente della fotografia umanista del ‘900 eppure è una notizia che scivola via, proposta così in questo modo, e rischia di lasciare nel lettore la stessa traccia del fotoracconto a seguire, quello di una gara in Francia su chi trovava un ago in un pagliaio (sic).

Ma cogliamo lo spunto (grazie per questo) e cerchiamo di aprire gli occhi altrove: per esempio con questa asciutta ma intelligente analisi pubblicata dal New York Times di questo lavoro a colori inedito fino al 2012 del grande fotografo afroamericano di Life… o come riporta la stessa notizia qui il Guardian (il quotidiano per cui lavorava McCullin, per capirsi).

Il libro Gordon Parks: The Segregation Story sarà pubblicato da Steidl a fine gennaio 2015

——

“…usare la fotocamera contro l’intolleranza non era così facile come credevo. Non era sufficiente fotografare un tipo fanatico che si rifiutava di servirmi in un caffè o di lasciarmi entrare in un teatro perché ero negro. Molti di quei fanatici hanno la fortuna di sembrare intelligenti. Roy [Roy Stryker, il capo della Information Division della Farm Security Administration, n.d.r.] rendendosi conto della mia frustrazione, mi spinse a parlare con la donna negra che faceva la pulizia nell’ufficio. 

Era uno strano suggerimento ma dopo che Roy la sera se ne fu andato, la cercai e mi presentai. Era una donna alta e sottile, di aspetto cordiale. I suoi capelli erano tirati indietro oltre le tempie grigie e una viva intelligenza brillava nei suoi occhi dietro gli occhiali d’acciaio. La nostra conversazione cominciò con qualche imbarazzo dato che nessuno di noi sapeva perché stavamo parlando insieme. Al principio fu uno scambio di parole senza particolare significato. Poi, come se si fosse rotto un argine, cominciò a raccontarmi la storia della sua vita. Una vita pietosa (il padre linciato e il marito ucciso, entrambi dai bianchi) e piena della povertà e degli stenti così familiari a tanti negri americani. Alla fine le chiesi di posar per me. Quando acconsentì  la misi davanti alla bandiera americana, una scopa in una mano e uno scopettone nell’altra, gli occhi fissi verso la mia fotocamera.

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La mattina seguente Stryker diede uno sguardo all’ingrandimento della foto e non fiatò. “Allora, ti piace?” chiesi impazientemente. Mi rispose sorridendo: “Continua a lavorare con lei: vediamo cosa succede”.
La fotografai nella sua casa, al lavoro, in chiesa e dovunque andasse. “Stai imparando” ammise Stryker una sera che gli misi davanti le fotografie, “stai mostrando che puoi essere coinvolto dai problemi di altre persone. Questa donna ti ha fatto un grande servigio: spero te ne renda conto”.
Me ne resi conto.

Da allora ho tentato di mostrare le cose come sono (foto per foto, parola per parola), l’oscurità e la luce, le facce allegre e quelle non contente. E quello che ho fotografato è, in larga parte, ciò che venivo imparando a proposito dell’universo e della gente che lo abita. Quello che non ho fotografato è ciò che devo ancora imparare”.

(da una vecchia intervista pubblicata dalla Eastman Kodak)

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 Alberto Baffa

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4 pensieri su “Gordon Parks un giorno qualunque

  1. Era la mostra a Verona?
    Arte o non arte sì, diciamo che la fotografia è rimasta in periferia rispetto al ruolo avuto in altri Paesi ma abbiamo avuto (fotograficamente e cinematograficamente) e abbiamo ancora dei maestri veri. Quanto agli spazi ed eventi sul fotografico ti rimando ad alcune considerazioni della Valtorta segnalate qui sul blog ma personalmente desidero essere più ottimista…

  2. Grazie per la tua segnalazione davvero interessante.
    La fotografia in Italia conta una marea di appassionati, ma quello che manca è la cultura, infatti, c’è poca attenzione per la fotografia come per gran parte dell’arte moderna ….
    il nostro paese, probabilmente, pensa ci siano cose più importanti da infondere ai propri giovani!

  3. quello che dici è vero Stefano e ci sono molte corresponsabilità, tuttavia la voglia di guardare sotto la superficie – qualunque superficie – dipende alla fine da noi… alla marea di appassionati non manca la capacità di leggere un libro quanto piuttosto la voglia, nel convincimento che dei libri se ne può fare a meno.
    grazie a te dell’intervento!

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